Il governo si impegna «unicamente a verificare l’opportunità e la fattibilità tecnica e giuridica di una produzione in Italia, presso lo stabilimento farmaceutico militare di Firenze, di medicinali a base di cannabis utilizzando le eccedenze di produzione di cannabis del Centro di ricerca per le colture industriali di Rovigo che, in deroga ai divieti della legge sugli stupefacenti, coltiva tale pianta per scopi scientifici applicati all’agricoltura e alla valorizzazione dei prodotti agroindustriali». È tutto qui, nella precisazione fatta da Carlo Giovanardi – sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle politiche per la famiglia e al contrasto delle tossicodipendenze – il senso della decisione maturata in Parlamento la settimana scorsa: un impegno del governo – attraverso il ministro della Salute Fazio, che aveva recepito al Senato un ordine del giorno dei radicali – a valutare la fattibilità della produzione italiana di farmaci cannabinoidi che, non essendo commercializzati nel nostro Paese, possono essere richiesti dall’estero ma a costi spesso ingenti.
Un impegno a riflettere che tra l`altro, come ha commentato a caldo un decano della farmacologia in Italia, Silvio Garattini, resta molto sul vago: «Bisogna precisare quali sono i farmaci che si vogliono produrre, per quali malattie e con quale iter autorizzativo. Non è possibile produrre dei farmaci se questi sono brevettati». Eppure il mondo antiproibizionista esulta: a partire dalll’Aduc, associazione diritti utenti e consumatori di orientamento radicale, fino al peana pro-cannabis terapeutica a firma di Guido Blumir, presidente del comitato scientifico «Libertà e droga», ospitato su Repubblica di martedì. Ma il motivo di esultare c’è?
Non c’è letteratura scientifica che giustifichi l’impiego di questi prodotti – commenta, secco, sempre Garantini – abbiamo casi aneddotici, lavori di scarso significato. Questa attenzione ai cannabinoidi viene dal mondo radicale. Fa parte di una strategia per cercare di legittimare l’uso della cannabis. Se questa è vista come terapeutica, acquista una buona nomea, una buona immagine». Insiste Garattini: «Questi prodotti hanno tra l’altro effetti collaterali pesanti, tanto è vero che il Rimonabant è stato tolto dal commercio. Bisognerebbe fare degli studi comparativi per stabilire quel è la loro l’efficacia e la loro tossicità rispetto ad altri prodotti che sono già disponibili». Un parere simile lo esprime Marco Maltoni, direttore dell`unità operativa di cure palliative dell’Ausl di Forlì: «Anche un palliativista di riferimento internazionale come Eduardo Bruera ha messo in guardia dagli effetti collaterali dei farmaci cannabinoidi: anomalie percettive, comprendenti anche allucinazioni, disforia, depersonalizzazione, vertigini e visioni alterate, tanto più nelle persone anziane. Avere un`arma in più per affrontare il dolore è sempre utile. Ma direi che il battage sui cannabonoidi, messi sulla bilancia i pro e i contro, sembra giustificato più da motivi che non sono strettamente medici. Usare il piano medico per perseguire fini che stanno magari sul piano voluttuario è controproducente e non rispettoso dei pazienti».
Augusto Caraceni, responsabile medico dell’hospice Virgilio Floriani dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano, sottolinea invece la presenza di dati della ricerca scientifica sul rapporto tra cannabinoidi e percezione del dolore, anche in campo oncologico, seppur «di interesse moderato, non entusiasmante: si sa di qualche utilizzo possibile, ma restano da chiarire le piene possibilità terapeutiche». Un campo di ricerca «comunque interessante, nella sua oggettività, e che va perseguito senza ricadere in opposte ideologie. Non si può invocare l’immediata necessità di utilizzo di questi prodotti, né combatterli pregiudizialmente solo perché si teme che siano un cavallo di troia per l’uso di cannabis».
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