L’influenza ha il vaccino le “bufale” non ancora

Riccardo Chiaberge

Lettrici e lettori attenzione,  si sta dilagando una pandemia  se possibile più insidiosa  dell’influenza A. E’ l’influenza  B: come Bufala. Se provate  a digitare su Google «vaccino»  o «vaccinazioni», visi rovescerà  addosso un torrente di allarmismo  fangoso, legioni di demoni  scatenati e di bestie  dell’Apocalisse. 

 Centinaia di blog, giornali  online e siti di controinformazione  (citiamo per tutti «L’Angolo  del Gigio») propalano senza  il beneficio del dubbio le  «terribili verità» che gli gnomi  della sanità mondiale,  dall’Oms in giù, ci tengono nascoste  per i loro  nefasti disegni.  Vaccinarsi  contro il virus  H1N1? Non se  ne parla nemmeno.  È dimostrato per esempio,  anzi assolutissimamente certo  che l’autismo è causato dai vaccini:  prova ne sia che non ci sono  bambini autistici tra gli  Amish della Pennsylvania (ricordate  il finn Witness con la stupenda  Kelly McGillis?), una comunità  religiosa di origine olandese.  che ha scelto di vivere come  nell’Ottocento, separata dal  resto della popolazione, senza  cerniere lampo né tv, e che rifiuta  di vaccinare i propri figli.  E sicurissimo che il vaccino,  «a lungo termine», provoca danni  irreparabili al sistema immunitario,  sclerosi multipla e artrite  reumatoide, come possono  testimoniare i reduci dalla Guerra  del Golfo. È provato che nei  preparati che dovrebbero proteggerci  dalla pandemia sono  presenti micidiali nanoparticelle  che possono attaccare cellule  sane. E comunque sia, non vorrete  mica fare un favore a BigPharma,  la cupola d’affari più potente  del mondo, che ormai fa impallidire  per fatturato l’industria delle armi, e che si inventa  flagelli di Dio al solo scopo di  rimpinguare i profitti?  Il fatto più sconcertante è che  siano i medici per primi ad alimentare  questa psicosi, sconsigliando  la vaccinazione ai propri  pazienti. E i medici, si suppone,  dovrebbero avere le carte in  regola per giudicare e decidere  in scienza e coscienza.  

Sabato scorso il quotidiano parigino Libération  ha sparato in prima pagina  l’immagine di una siringa col titolo:  «Il virus del dubbio». Nell’editoriale  si prende atto del clima di  ostilità generale, della tesi del «complotto  igienista» di cui potrebbero  essere accusate le autorità francesi  che hanno acquistato 98 milioni di  dosi di vaccino e ora devono smaltirle  in qualche maniera, ma conclude  con una messa in guardia contro  ogni «oscurantismo» che esporrebbe  la popolazione a rischi mortali in  caso di epidemia. E cita Voltaire, che  nel `700 fu tra i primi paladini della  vaccinazione di massa.  Navighiamo in acque inesplorate, e  come sempre in questi frangenti ci  vuole cautela, razionalità e sangue  freddo. Certo, nel caso dell’Italia, saremmo  forse meno diffidenti se il viceministro  alla salute Fazio non si mostrasse  così corrucciato, se ogni tanto  ci regalasse un sorriso. Ma a pesare soprattutto  è il pregiudizio antiscientifico  di tanta parte dell’opinione pubblica,  anche di quella più acculturata,  che vede nella medicina ufficiale un  covo di dottor Mengele, e si cura  esclusivamente con l’omeopatia e i  fiori di Bach, che sono tanto più chic  degli antibiotici.  L’influenza A è un nemico subdolo  e imprevedibile. Come ha scritto l’altro  ieri sul nostro supplemento «Domenica»  l’immunologo Alberto Mantovani,  «la scarsa aggressività e il basso  rischio di complicanze gravi e mortalità  per il singolo individuo, confrontabile,  se non inferiore, a quello  dell’influenza stagionale, non sono  motivo per non far ricorso al vaccino.  Infatti, anche per l’influenza stagionale,  tutti gli anni viene approntato un  vaccino ad hoc che è fortemente consigliato».  Di rischi ce ne sono in tutti  gli interventi medici, ma la vaccinazione  si colloca ai livelli più bassi. E il  principio di precauzione andrebbe applicato  a 360 gradi. Chi ci garantisce,  ad esempio, che ingozzarsi di papaia  fermentata sia una difesa efficace contro  il virus? Che non danneggi alla lunga  il nostro organismo? Visti i prezzi,  di sicuro fa bene a chi la produce.  Quanto a noi, che non viviamo tra gli   Amish, nessuno lo sa.

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