di Piero Colaprico
AIRUNO (LECCO) – Si chiama «Il Nespolo». Sta in una vecchia canonica ristrutturata, ha dodici stanze, spazi comuni, una cuoca olandese di nome Heli. E’ un «hospice» in provincia di Lecco, non lontano dalla clinica dove sta Eluana Englaro, la donna in stato vegetativo permanente da oltre sedici anni. Il medico Mauro Marinari, 63 anni, lo dirige da quando è stato aperto, nel 2002, e a sorpresa dice: «Se il signor Englaro deciderà di portare qua Eluana, una volta che staccato il sondino la paziente entrerà nello stato di malato terminale, sarà accolto, non c’è il minimo dubbio. Ne abbiamo parlato, nello staff».
E quindi? «Una volta che il tribunale ha riconosciuto il diritto a sospendere la terapia e questo avviene, la persona diviene un malato con una prospettiva di vita breve e, dunque, morente, con una situazione che va di giorno in giorno deteriorandosi. Se Eluana – continua il medico – verrà portata qua, ci occuperemo che il suo cammino avvenga degnamente e con tutte le premure del caso. Ogni anno ci occupiamo di circa centottanta persone senza più speranza divitache muoiono da noi». Potrebbe dunque essere questo istituto, sorretto dall’associazione Fabio Sassi e dalla fondazione Floriani, l’hospice dove si svolgeranno gli ultimi giorni di esistenza di Eluana. Poco dopo le 12 di martedì scorso, i giudici hanno dato il permesso, per la prima volta in Italia, di staccare il sondino che la nutre artificialmente. Ma quando avverrà?
Non lo si può prevedere, anzi papà Beppino Englaro, che tiene a rispettare la leggi, non ha preso alcuna decisione, se non la solita: e cioè vuole andare avanti per «liberare» sua figlia dal corpo-prigione. «Sono stupito dalle polemiche e dal clamore che si sta creando. Siccome – dice -il decreto è su Internet, spero che chi parla a sproposito di eutanasia se lo legga. E non ho mai detto che staccherò io il sondino a mia figlia, sono un po’ stanco per queste frasi diffuse senza criterio, solo per fare polemiche».
Non si comprende, però, se questa battaglia legale, conclusa dopo nove ricorsi con la piena ragione data agli Englaro, abbia qualche coda per ragioni non giuridiche, ma politiche. L’avvocato, Vittorio Angiolini, parla infatti di «carattere esecutivo del pronunciamento della corte d’Appello» e del «più rigoroso, pieno e trasparente rispetto di ogni direttiva e indicazione espressa in sede giurisdizionale». La procura generale ha già fatto sapere di aspettare la notifica ufficiale del decreto. Per bloccare (non si sa come) la decisione della magistratura, si è però mosso, ieri, anche un gruppo di venti parlamentari del partito delle Libertà, con a capo l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga. I venti chiedono che sia sollevato davanti alla Corte costituzionale un conflitto di attribuzione tra Senato e Corte di cassazione, che ha emesso la sentenza fondamentale per gli Englaro.
Anche la Chiesa non sta a guardare. Nel numero di Avvenire oggi in edicola, il cardinale milanese Dionigi Tettamanzi lancia un richiamo ai giudici: «Il rispetto della scienza e delle responsabilità proprie di coloro ai quali è affidata la cura delle persone non autosufficienti non esige – domanda – una giusta discrezione da parte delle autorità amministrative e giudiziarie?». Bisogna, cioè, secondo il cardinale, non oltrepassare alcune soglie. E non solo in nome della fede: «Non possiamo spegnere – dice – la vita di nessuna creatura umana senza uccidere, insieme a lei, la speranza che vive in essa, quella di essere fatta per la vita e non per la morte».
Ma per papà Beppino e per i giudici Eluana – questo il concetto – non avrebbe mai accettato questo stato fisico e mentale. La considerava una «non-vita», da cui fuggire.
E quindi? «Una volta che il tribunale ha riconosciuto il diritto a sospendere la terapia e questo avviene, la persona diviene un malato con una prospettiva di vita breve e, dunque, morente, con una situazione che va di giorno in giorno deteriorandosi. Se Eluana – continua il medico – verrà portata qua, ci occuperemo che il suo cammino avvenga degnamente e con tutte le premure del caso. Ogni anno ci occupiamo di circa centottanta persone senza più speranza divitache muoiono da noi». Potrebbe dunque essere questo istituto, sorretto dall’associazione Fabio Sassi e dalla fondazione Floriani, l’hospice dove si svolgeranno gli ultimi giorni di esistenza di Eluana. Poco dopo le 12 di martedì scorso, i giudici hanno dato il permesso, per la prima volta in Italia, di staccare il sondino che la nutre artificialmente. Ma quando avverrà?
Non lo si può prevedere, anzi papà Beppino Englaro, che tiene a rispettare la leggi, non ha preso alcuna decisione, se non la solita: e cioè vuole andare avanti per «liberare» sua figlia dal corpo-prigione. «Sono stupito dalle polemiche e dal clamore che si sta creando. Siccome – dice -il decreto è su Internet, spero che chi parla a sproposito di eutanasia se lo legga. E non ho mai detto che staccherò io il sondino a mia figlia, sono un po’ stanco per queste frasi diffuse senza criterio, solo per fare polemiche».
Non si comprende, però, se questa battaglia legale, conclusa dopo nove ricorsi con la piena ragione data agli Englaro, abbia qualche coda per ragioni non giuridiche, ma politiche. L’avvocato, Vittorio Angiolini, parla infatti di «carattere esecutivo del pronunciamento della corte d’Appello» e del «più rigoroso, pieno e trasparente rispetto di ogni direttiva e indicazione espressa in sede giurisdizionale». La procura generale ha già fatto sapere di aspettare la notifica ufficiale del decreto. Per bloccare (non si sa come) la decisione della magistratura, si è però mosso, ieri, anche un gruppo di venti parlamentari del partito delle Libertà, con a capo l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga. I venti chiedono che sia sollevato davanti alla Corte costituzionale un conflitto di attribuzione tra Senato e Corte di cassazione, che ha emesso la sentenza fondamentale per gli Englaro.
Anche la Chiesa non sta a guardare. Nel numero di Avvenire oggi in edicola, il cardinale milanese Dionigi Tettamanzi lancia un richiamo ai giudici: «Il rispetto della scienza e delle responsabilità proprie di coloro ai quali è affidata la cura delle persone non autosufficienti non esige – domanda – una giusta discrezione da parte delle autorità amministrative e giudiziarie?». Bisogna, cioè, secondo il cardinale, non oltrepassare alcune soglie. E non solo in nome della fede: «Non possiamo spegnere – dice – la vita di nessuna creatura umana senza uccidere, insieme a lei, la speranza che vive in essa, quella di essere fatta per la vita e non per la morte».
Ma per papà Beppino e per i giudici Eluana – questo il concetto – non avrebbe mai accettato questo stato fisico e mentale. La considerava una «non-vita», da cui fuggire.