La Chiesa tra silenzi e invettive: meglio parlare

di ALBERTO MELLONI
A New York, quasi di fronte al negozio di pianoforti Steinway, sulla 56ma strada, c’è una porticina anonima: è la redazione di America , la rivista settimanale dei gesuiti statunitensi. Non meno autorevole della consorella Civiltà Cattolica , le cui bozze sono sempre rilette in Segreteria di Stato, America è famosa perché capta, esprime e orienta il sentire del complesso cattolicesimo statunitense. P. Thomas Reese, è stato direttore di America fino ai primi di maggio: e poi, pochi giorni dopo l’elezione di Benedetto XVI, s’è fatto da parte.

È l’autodafé, dicono alcuni, di un uomo che, senza essere ultraliberal , non aveva taciuto le critiche di teologi autorevoli contro i documenti promulgati dalla Congregazione dell’allora cardinal Ratzinger. Per altri è il licenziamento d’un direttore che, nella bufera dei preti pedofili, aveva denunciato l’inettitudine di vescovi troppo lodati per essere controllati efficacemente. Per molti è l’immeritata condanna di un gesuita immacolato e non ricattabile che metteva a confronto sui temi più caldi idee diverse, fossero esse la fotocopia o meno del catechismo. Per tutti l’uscita di scena di Reese è una ferita, che però non rimarrà a marcire nel silenzio pettegolo.
Se ne discuterà in pubblico, questa sera a Fordham, l’università dei gesuiti di New York. Il vescovo di Brooklyn monsignor J. Sullivan, il filosofo P. J. Koterski, la storica L. Tenter del’Università Cattolica di Washington, un businessman come G. Boisi, discuteranno con Peter Steinfels, per anni firma di punta del New York Times e condirettore del centro di cultura dell’ateneo. Essi risponderanno a una domanda che dà il titolo all’evento e schiocca come una frustata: «Can we talk? » (Possiamo parlare?) – e un sottotitolo ancor più esplicito: «Discussione, dialogo e dibattito nella Chiesa cattolica».
Dunque oltre al dialogo con gli altri cristiani o con gli altri credenti, la chiesa ha un problema di dialogo interno? Sì, dice l’iniziativa di Fordham: il problema c’è. Dieci anni fa il cardinal Bernardin aveva lanciato sotto la sigla del Common Ground , una serie di discussioni pubbliche per insegnare ai cattolici polarizzati ad ascoltarsi. La fine dell’era Reese ad America , però, impone qualcosa di più: perché sono i cattolici «normali», non quelli polarizzati, che si chiedono perché si strozzano le voci leali e il parlare sincero, mentre si tollera o si incoraggia la denigrazione, il pestaggio verbale, l’adulazione minacciosa. Prima che la risposta – che sarà comunque circoscritta – è la domanda che si pone a Fordham che rimbalza in tutta la chiesa: Can we talk?
Nella chiesa italiana, dove nessuno ha un Tom Reese da licenziare, la questione esiste. Chiunque abbia anche contatti con vescovi d’ogni rango, percepisce disagi, scontentezze, inquietudini, insofferenze d’ogni segno: dalla politica alla pastorale, dalle priorità alle emergenze, dalla finanza all’informazione. Ma se poi si sfogliano atti e riviste non si trova nulla che rassomigli a quelle dimensioni della vita comunitaria che sono il colloquio pacato, la disputa leale, la consultazione matura: o affiora un silenzio ossequiosamente irreale, oppure esplode l’invettiva, la denigrazione, l’ostracismo, circoscritto solo dal fatto che per amore della chiesa qualcuno non tigna.
Can we talk? Sarà il futuro a rispondere, sia nella chiesa universale sia in quella italiana, nella quale si prospettano tre scenari. È infatti possibile che si vada avanti così per anni, anche dopo che le urne avranno smagato l’eccitazione politica, anche che il Papa (che si dice potrebbe in futuro far eleggere ai vescovi italiani il loro presidente) avrà fatto le sue scelte nell’organigramma vaticano. In alternativa potrebbe accadere che i vescovi si assumano il compito di inventare strumenti nuovi per insegnare ai cattolici così abituati a nascondersi all’ombra dell’ossequio al Papa, l’arte spirituale dell’ascoltarsi fra di loro: il IV convegno ecclesiale nazionale, che si aprirà fra un anno a Verona, provvidenzialmente lontano dalle scadenze elettorali, potrebbe servire anche a questo, se qualcuno lo vorrà. Oppure è possibile che contrapposizioni sempre più forti si cronicizzino e si politicizzino, con danni gravi per una chiesa la cui autorevolezza non viene dal protagonismo o dai meeting , ma dalla forza di quei milioni di persone che ogni domenica entrano in una chiesa e ascoltano, pregano, celebrano. Per tutti, per tutto la domanda che si pone oggi a New York non può essere evitata: Can we talk?