Il mare, il Polo, la paralisi. Addio ad Ambrogio Fogar esploratore della vita

Giangiacomo Schiavi
È morto a Milano, da 13 anni era immobilizzato
Le sue avventure avevano entusiasmato e fatto discutere
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Chissà dov’ era con i suoi sogni e le sue speranze Ambrogio Fogar quando il cuore s’ è fermato, forse navigava, forse camminava sul pack o più probabilmente si immaginava già nella clinica del dottor Huang Hongyun, a Pechino, dove si sperimentano trattamenti con le cellule staminali e si alimenta l’ illusione di un miracolo per quelli come lui, con il midollo spinale tranciato, condannati all’ immobilità, a una vita caina, diceva lui, da reinventare ogni giorno, ad ogni risveglio, in una lotta quotidiana per non lasciarsi andare all’ angoscia e alla disperazione. Sicuramente ha pregato prima di chiudere gli occhi, come faceva nell’ oceano o tra i ghiacci, ma più per abitudine che per paura, perché il suo ultimo giorno era stato bello, positivo, il ritorno a casa dopo un mese in Val Bognanco, la ripresa dei progetti interrotti, la voglia di presentarsi nelle scuole per parlare ai ragazzi di avventure e di coraggio, di speranze e di passioni. Davanti al numero uno di viaCrescenzago a Milano aveva perfino accennato il ritornello di «Luci a San Siro», «Milano mia, portami via, ho tanto freddo e non ne posso più», facendo sussultare la sorella e il respiratore artificiale sull’ autolettiga, quello che da tredici anni lo teneva in vita, ma nel testo di Roberto Vecchioni non c’ era un messaggio segreto da decifrare, la canzone gli piaceva e basta. Aveva sentito la figlia, gli amici, doveva rispondere alle centinaia di email che ancora una volta avevano inceppato il suo computer e si stava preparando all’ ultimo test, una mielografia, per diventare il primo paziente italiano e forse europeo del discusso medico cinese, quello che all’ inizio di luglio aveva risposto al suo appello con un telegrafico messaggio: «Caro Fogar, per me lei è un eroe. Sono lieto di poter accogliere il suo desiderio, se le sue condizioni di salute permetteranno il mio intervento». Si era aggrappato a questa speranza, Fogar, per continuare a vivere, a combattere la paralisi del corpo, «non so come andrà a finire, molti medici sono scettici, ma mi basta anche poter muovere un dito», diceva, «io non posso credere di morire così, resisto perché un giorno spero di alzarmi da questo letto con le mie gambe e guardare il cielo». Sapeva che il traguardo era lontano, impossibile, ma non voleva rinunciare al tentativo di provare, si era stancato di aspettare. «Vado con lo spirito dell’ esploratore, per dare a tanti malati come me una possibilità in più di aggrapparsi alla vita». Era così Fogar. Così da sempre, e così quando l’ ho incontrato un anno fa per il Corriere, e da queste pagine ha urlato la sua voglia di vivere, la necessità di battersi per la ricerca scientifica, ha chiesto di non essere dimenticato e di dare più attenzione a quelli come lui, paralizzati, bloccati in un letto da un’ infermità o da un incidente, che troppo spesso si nascondono nel pudore e nella vergogna, nella paura di chiedere attenzione, comprensione, ascolto. Parole che hanno scatenato una slavina di messaggi, un abbraccio virtuale che ha sciolto il cuore di Internet scoperchiando emozioni, sentimenti e tanta ammirazione per l’ esploratore diventato guerriero in difesa delle ragioni della vita. Prima di quel disgraziato raid Parigi-Mosca-Pechino, Fogar era un altro. Sognatore, temerario, spavaldo, romantico, guascone, generoso, disubbidiente. Uno che spiazza e sorprende, decide di partire e parte, inciampa, cade, si rialza, calpesta la fortuna e si batte, anche quando c’ è il rischio di perdere. Ammirato, discusso, controverso, prima di diventare navigatore solitario era un anonimo assicuratore milanese con il gusto dell’ avventura, ex figurante alla Scala, ex venditore d’ auto, pilota, paracadutista, sciatore spericolato, scalatore ardito, niente di memorabile fino al giorno della Ostar, la traversata transatlantica da Plymouth a Newport, quando irrompe sulla scena del mare: lui, velista senza pedigree, nel 1972 si presenta nel circolo chiuso e un po’ fané dell’ aristocrazia della vela come un imbucato: spunta dal niente, è fuori dal giro, lo prendono per matto e lo danno per finito appena fuori da Plymouth. La Ostar è una regata massacrante; Fogar rompe il timone a vento, l’ attacco del boma, un accidente manda in tilt la sua radio di bordo. Ma resiste. Arriva in fondo. Finisce sui giornali. E si prende in mano quella fetta di destino che dipende dal cielo ma anche da noi. Così continua a osare e un giorno entra nel grande libro della vela con un’ impresa mai riuscita a nessun italiano: il giro del mondo contro i venti e le correnti dominanti. Quattrocento giorni intorno al mondo sono un’ impresa, una prova di capacità nel governare la barca e le proprie paure. Lui ce la fa, dimostra agli scettici che è grande ma è anche normale, tutti se vogliono ci possono provare, spiega. Così, i suoi sforzi, le sue imprese, diventano il viaggio mai finito di un uomo come noi, che corre in cerca di qualcosa e si compiace davanti a un traguardo superato, uno che soffre e sogna, che ama la natura e la trasforma in sentimento. Dove andavi Ambrogio? gli ho chiesto. «Andavo a cercare in quale angolo sperduto, segreto, immaginato si nasconde il coraggio, che non è solo forza ma è speranza, fatica, volontà». Una dimensione conradiana dell’ avventura che suscita ammirazione ma anche gelosie, e accende velenose polemiche per il suo diario di bordo diventato bestseller: dentro ci sono alcune pagine copiate. È accusato di plagio, finisce in tribunale e affiora il sospetto che se ha barato nel libro può averlo fatto anche nel viaggio. È falso, ma Fogar viene messo in croce. Racconterà anni dopo Eolo Pratella, figura storica della vela: «Fogar non c’ entrava. Bisognava rimpolpare il libro, lui era in giro per l’ Italia e una segretaria ha aggiunto pagine scritte da altri». Una leggerezza che gli resta appiccicata addosso anche se i giovani lo amano. Fogar evoca libertà, fuga dal conformismo, imprese estreme. Così lo vede Mauro Mancini, il giornalista che divide con lui lo sfortunato viaggio verso l’ Antartide. Il colpo di un’ orca interrompe un racconto e ne comincia un altro. Tragico. Fogar e Mancini sopravvivono per 74 giorni su una zattera nell’ oceano, fino all’ arrivo di una nave che li soccorre. Mancini non ce la fa. Altre polemiche, altri processi. Si passa al Polo Nord, alla slitta con il cane Armaduk, il giallo dell’ aereo che lo aiuta a superare la banchisa che si scioglie, il traguardo raggiunto e la nuova ondata di polemiche. L’ uomo divide, deve sempre difendersi. Poi cambia rotta, sceglie la tv e inventa «Jonathan, dimensione avventura», e porta la grande natura sul video. Ma continua a correre. Nel deserto. Prima le Parigi-Dakar. Poi la Parigi-Mosca-Pechino. È il 12 settembre 1992 quando un sasso sulla ruota della jeep gli cambia la vita. «In un secondo, per 5 centimetri, sono passato dal movimento all’ immobilità». È difficile accettarsi immobile, tagliato in due, senza nemmeno potersi grattare il naso. Fogar ce l’ ha fatta, con un grande coraggio e la speranza di chi non vuole arrendersi. «La speranza è il mio cibo», diceva. E aggiungeva: «La vita va vissuta anche solo per respirare. Farlo mi costa fatica, a volte ho la sensazione che l’ unico movimento che il mio corpo è in grado di compiere, rischi di soffocarmi». Non gli piaceva la parola tetraplegico. Non accettava un destino di serie B. E nemmeno lacrime di compassione. Per 13 anni la sua vita l’ ha strappata coi denti in un universo familiare fatto di presenze gentili, le sorelle Rita e Maria Grazia («senza di loro sarei già morto»), le figlie, gli amici. Ma dietro c’ era sempre la sua volontà, la sua fierezza. La capacità di superare crisi e sbandamenti. Sono dolci le parole di Ciampi ai familiari. «La sua esistenza è stata una continua sfida all’ ignoto. Colpito duramente ha saputo trovare nella profondità del suo animo la forza della vita, diventando testimone delle ragioni della speranza». Gli sarebbero piaciute. Come gli piacevano quelle di una giornalista, una delle poche che lo avevano difeso nei giorni che seguirono il tragico naufragio del 1978. Oriana Fallaci gli scriveva. «Caro Fogar, se davvero un giorno ti servisse un compagno di viaggio che fuma moltissimo, nuota malissimo, soffre il mal di mare, ne teme le tempeste più di un combattimento a dag-tu, più di una missione con l’ A37 a Khe-san, però sa nascondere la paura con tale abilità che gli sciocchi dicono che-coraggio-quella-lì, ti accompagno. Con la barca di legno, non di ferro, perché mi fido totalmente di te. E va da sé che questa sarebbe, in ogni senso, la più temeraria, la più suicida delle tue imprese». Andava controvento, Fogar. E il messaggio che lascia, insieme a un’ incrollabile fiducia nella vita, è quello di scavarsi dentro per trovare la forza di reagire alle avversità e alle bufere. Con la forza dei sentimenti e quella dell’ amicizia. Che per lui era sacra. «Ciao Mauro, aspettami, scrisse all’ amico morto nel naufragio dopo l’ incidente al rally nel deserto, tra un po’ potremo di nuovo abbracciarci, confusi nell’ anima del mondo». Quel giorno è arrivato. Ma è triste doverlo scrivere così.

* LA SCOMPARSA.
E’ stato colpito da un arresto cardiocircolatorio Aveva appena compiuto 64 anni

* I libri
I VIAGGI Sono molti i libri in cui Fogar racconta le sue esplorazioni: con «Il mio Atlantico» e «La zattera» vince il Premio Bancarella Sport. Poi, tra gli altri, «Quattrocento giorni intorno al mondo» e «Messaggi in bottiglia»

DOPO L’ INCIDENTE
Si intitola «Contro vento. La mia avventura più grande» (sopra) l’ ultimo libro scritto da Fogar, insieme con il giornalista del Corriere Giangiacomo Schiavi. Pubblicato da Rizzoli nel giugno scorso, racconta la sfida quotidiana di un uomo in lotta contro l’ immobilità assoluta, ma ancora pieno di voglia di vivere * 1974,

NUOVA ZELANDA
Stavo leggendo, una balena ha sfasciato la «Surprise» con la coda. Io però sto bene 1978,

ATLANTICO MERIDIONALE
Forse prima avevo avuto troppa fortuna, e adesso pago tutto il conto 1983,

POLO NORD
Oggi provo la gioia di aver vissuto un’ avventura meravigliosa 2005,

MILANO
Resisto perché spero un giorno di alzarmi da qui e di guardare il cielo