Il catetere a forma di palloncino risale lungo l’arteria femorale destra, si spinge su fino al cuore e ripara o sostituisce la valvola cardiaca che non funziona.
L’intervento, sotto guida ecografica e fluoroscopica (per seguire il catetere nel suo percorso), non richiede un’operazione chirurgica ma solo anestesia locale, e il paziente può tornare a casa in due giorni.
Se oggi i casi nel mondo sono poche decine e la tecnica è usata in pazienti selezionati ad alto rischio, che non sarebbero in grado di affrontare il tradizionale intervento, in futuro la sostituzione o la riparazione per via percutanea della valvola aortica e mitralica potrebbe diventare diffusa. Il primo intervento sull’uomo, due anni fa all’Università di Rouen, Francia.
«Una valvola aortica di tipo biologico, fabbricata con tessuto cardiaco bovino, è stata inserita al posto di quella naturale» riferisce Ottavio Alfieri, cardiochirurgo al San Raffaele di Milano, che ha eseguito sei di questi interventi.
Per via percutanea, senza aprire il torace, si può oggi sostituire la valvola aortica e riparare quella mitralica. «La tecnica da noi messa a punto per riparare la mitrale consiste in una sorta di rammendo fatto con una clip che cattura i due lembi della valvola prolassata e li congiunge: il primo caso al mondo lo abbiamo eseguito nel marzo di quest’anno» aggiunge Alfieri. La scienza del cuore ha fatto enormi progressi.
La cardiologia clinica, che si avvale di farmaci, e quella interventistica, che usa «devices» (congegni), hanno avuto grandi sviluppi, così come la cardiochirurgia convenzionale.
L’era della cardiologia interventistica, senza bisturi, è nata all’inizio degli anni Ottanta con l’angioplastica: cateteri con palloncini espandibili montati alle estremità capaci di dilatare i restringimenti (stenosi) che si formano nelle coronarie aterosclerotiche, ripristinando il flusso del sangue. Poi, negli anni Novanta, gli stent: protesi di materiale inerte simili a reticelle che, inserite in arterie totalmente o parzialmente occluse da placche aterosclerotiche, migliorano i risultati ottenuti solo con il palloncino. Oggi li si utilizza nell’80 per cento degli interventi di angioplastica. Gli stent medicati hanno poi avviato un’altra rivoluzione: rilasciano farmaci che riducono il rischio di ristenosi. E sono impiegati sempre di più.
L’avvento di materiali nuovi accelera in modo vertiginoso l’evoluzione delle terapie (ma anche il loro costo). Lo stent del futuro, messo a punto in Giappone, dopo qualche settimana dall’impianto, assolto il suo compito, viene riassorbito dalla parete dell’arteria, perché biodegradabile.
Parallelamente alla cardiologia interventistica si è sviluppata l’elettrofisiologia, branca che studia e cura le aritmie.
«In molti cardiopatici ad alto rischio i defibrillatori hanno consentito di ridurre l’incidenza di morte improvvisa, mentre i pacemaker biventricolari, che migliorano la contrattilità del cuore, hanno migliorato la qualità della vita e prolungato la sopravvivenza di pazienti con scompenso cardiaco avanzato.
E ci sono congegni in cui le due funzioni sono disponibili in uno stesso apparecchio» dice Fabio Turazza, responsabile dell’ambulatorio cardiomiopatie e trapianto cardiaco al Niguarda di Milano, oltre che consulente cardiologo all’Istituto Mario Negri.