Per cogliere l’importanza della posta in gioco, è utile riflettere sulle sconfitte subite dalla Chiesa, a partire dall’enciclica di Leone XIII Arcanum divinae sul matrimonio, del 1880. Il Papa rivendicava il diritto esclusivo di legiferare sul vincolo e di giudicarne, ma ha dovuto cedere il passo allo Stato. E’ poi toccato a Pio XI, nella Casti connubii del 1930, ergersi contro il divorzio e il «crimine di Onan». Battaglie perse anche quelle, chissà quanti cristiani si sono allontanati dalla Chiesa per causa loro. Anche sull’aborto il magistero della Chiesa è stato disatteso, con la generale diffusione delle leggi che, a certe condizioni, ne regolano l’ammissibilità.
A sua volta Giovanni XXIII fin dal 1961, nella Mater et magistra, aveva enunciato il principio fondante la dottrina sulla fecondazione artificiale: «La trasmissione della vita umana è affidata dalla natura a un atto personale e cosciente e, come tale, soggetto alle sapientissime leggi di Dio: leggi inviolabili e immutabili che vanno riconosciute e osservate. Perciò non si possono usare mezzi e seguire metodi che possono essere leciti nella trasmissione della vita delle piante e degli animali».
Dal canto suo la Corte Costituzionale ha affermato che il diritto alla vita del nascituro rientra certamente fra i diritti inviolabili protetti dall’articolo 2 della Costituzione. Precisando tuttavia che, come si legge nella sentenza numero 27 del 1975, «non esiste equivalenza fra il diritto non solo alla vita, ma anche alla salute proprio di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione che persona deve ancora diventare».
Si può quindi ben comprendere che, di fronte ai referendum, l’ex Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, fatto Papa, difenda non già una legge contraddittoria e mediocre, come è la legge numero 40, ma le regole morali che egli stesso aveva elaborato sulla fecondazione artificiale, basate invece sulla equiparazione dell’embrione con la persona umana pienamente sviluppata. Questo è il terreno sul quale la Chiesa misura la propria capacità di mantenere la guida effettiva sulle scelte etiche dei cattolici e di influire sulle scelte politiche dello Stato, quando eticamente rilevanti.
Come andrà a finire la nuova battaglia?
Comunque vada la consultazione referendaria, la Chiesa rischia di perderla nei fatti, per la stessa ragione che ha determinato le precedenti sconfitte. Mentre nella conoscenza di Dio, per i fedeli, la verità non può che essere una e immutabile, in campo morale essa è pur sempre, per tutti, frutto della conoscenza della condizione umana, imperfetta e relativa. E come la conoscenza è sempre suscettibile di sviluppo e di perfezionamento, anche le regole morali che ne discendono sono destinate a continui adattamenti. Del resto la Chiesa ha dettato, a suo tempo, norme sulle nozze tra gli schiavi e le donne libere, delle quali oggi non si conserva neppure il ricordo.
L’assolutezza degli enunciati espone al rischio delle contraddizioni. Come giustificare la pena di morte e la stessa guerra, se il diritto alla vita è un bene mai transigibile? Sostenendo che le regole della procreazione sono immutabili perché dettate dalla «natura», si costruiscono ipotesi che non tengono il passo con il progresso della conoscenza e con l’evoluzione, quella sì naturale, dei costumi.