Sembra che in campo medico e biologico sia nata una nuova parola magica, cellule staminali. Tutti ne parlano, molti ci sperano, ma tra conquiste e smentite la situazione appare confusa. Se poi aggiungiamo i numerosi ostacoli di natura ideologica e religiosa, fare chiarezza sulla situazione diventa fondamentale.
Noi di Sanihelp.it ci abbiamo provato con l’aiuto di Dario Ponti, ricercatore del dipartimento di oncologia sperimentale e laboratori dell’istituto dei tumori di Milano.
Innanzitutto, cosa sono esattamente le cellule staminali?
«Sono le cellule progenitrici indifferenziate da cui hanno origine tutti i diversi tipi di cellule che popolano il nostro organismo. Ne esistono di tre tipi: quelle embrionali, che si generano cinque o sei giorni dopo la fertilizzazione dell’ovulo nella fase di blastocisti, quelle fetali e quelle presenti nell’organismo adulto».
I tre tipi, però, hanno caratteristiche differenti: le staminali adulte hanno una capacità di transidifferenziamento limitata (ad esempio le ematopoietiche possono essere trasformate in cellule neurali e viceversa), e lo stesso vale per quelle prelevate dal tessuto fetale o dal cordone ombelicale, mentre le staminali embrionali sono meno specializzate, e quindi possono differenziarsi in qualsiasi cellula: infatti sono definite pluripotenti.
«È per questo», spiega Ponti, «che oggi l’attenzione dei ricercatori si concentra su questo tipo di cellule».
Le potenzialità mediche di questo tipo di cellule sono impressionanti: utilizzando le staminali embrionali è tecnicamente possibile curare malattie neurovegetative come il Parkinson, l’Alzheimer o la sclerosi multipla, ma anche ricostruire ossa danneggiate da fratture complesse o lembi di pelle distrutti dalle ustioni, e perfino rigenerare parti di organi come le valvole del miocardio colpite da ischemia.
«Per ora si tratta di evidenze legate a test di laboratorio sugli animali», puntualizza il ricercatore, «ma i presupposti scientifici per la sperimentazione sull’uomo ci sono tutti, e con le conquiste tecnologiche degli ultimi anni si potrebbero prospettare ulteriori traguardi».
La legge italiana, però, pone numerosi limiti: dal 10 marzo 2004 è vietato qualunque tipo di intervento sull’embrione umano per ricavare cellule staminali. Anche la clonazione riproduttiva, che ricava cellule staminali impiantandone il nucleo in cellule uovo non fecondate, è punita con la reclusione fino a sei anni.
Così, per ora, 24 mila embrioni abbandonati dalle coppie che hanno tentato la fecondazione assistita giacciono inutilizzati in attesa di essere eliminati, mentre i centri di ricerca potrebbero utilizzarli per oltre 50 anni di studi.
Le analisi sulle staminali, però continuano su altri fronti, come quello della lotta ai tumori. «Si tratta di un aspetto recente in fatto di ricerca sulle staminali», spiega Ponti.
«Si è scoperto infatti che queste cellule possiedono caratteristiche che le rendono un facile bersaglio per le trasformazioni neoplastiche. Se poi consideriamo che le staminali rimangono nel nostro organismo molto più a lungo delle altre cellule, arriviamo alla conclusione che all’origine dei tumori ci sono probabilmente proprio le cellule staminali, che riproducendosi rigenerano il tumore nell’organismo».
«Ora si tratta di capire come avvenga il passaggio da staminali sane a malate, per poi identificarle e riuscire a colpirle con agenti terapeutici in modo da sconfiggere il tumore».
Dal 1997 a oggi sono già stati compiuti passi importanti: ora si guarda al futuro con una luce di speranza.