Si è sentito dire che la legge sulla fecondazione assistita sia una legge cattolica. Per il cattolico, infatti, la fecondazione avviene correttamente soltanto secondo le forme stabilite dalla natura e cioè con la congiunzione diretta di due esseri della stessa specie e di sesso diverso. 
Dice Papa Giovanni Paolo II: «Sempre più emerge l’imprescindibile legame della procreazione di una nuova creatura con l’unione sponsale (…)» che arricchisce i coniugi, aggiunge il Papa, e ne trascende la loro stessa vita. Il favore nei confronti della legge, espresso dai cattolici e in verità non solo da loro ma anche da molti altri, sta nel fatto che la legge, approvata a larga maggioranza e dopo annoso ed ampio dibattito, presenta delle indicazioni e pone dei limiti di grande interesse morale, umano e sociale. Questo si riconosce in alcuni degli intenti fondamentali che la legge vuole perseguire e cioè la tutela della nuova vita umana, vale a dire l’embrione, la tutela della futura prole, la tutela della stessa società. Il commento che talvolta si sente fare secondo cui la legge in parola configura un grado di inciviltà del nostro Paese ha dell’incomprensibile, perché altro è il dissenso riferito a qualche criterio di opportunità variamente interpretato ed altro giudicare come espressione di inciviltà una normativa che tende a sottrarre al selvaggio ricorso alla provetta le scelte determinate da estemporanei e personali desideri. È frequente appellarsi alle scelte secondo coscienza, cosa giustissima ma è pur vero che, proprio per far sì che i comportamenti avvengano secondo coscienza, si devono considerare secondo verità di tutti gli elementi che possono concorrere a formare questa «coscienza». L’accettazione pertanto e il significato che viene riservato alla legge è per quei limiti che pone ad aberrazioni che la metodica comporterebbe, limiti che trovano la più ampia accettazione sostenuta dallo stesso buon senso. Resta tuttavia una critica di base che è bene ribadire alla luce dello stesso diritto naturale. Quando si parla del problema che stiamo trattando ci si sofferma ad osservazioni parziali e limitate, in genere di natura tecnico-scientifica, il numero degli embrioni da impiantare o la percentuale di successo, le complicanze sulla salute della donna, l’utilizzo degli embrioni congelati ed altro ma, come rileva a tal proposito mons. Sgreccia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, in un lungo articolo riportato dal «Corriere della Sera», si tralascia di mettere in luce il significato antropologico che questo tipo di fecondazione comporta, cioè il suo contributo ad umanizzare o a disumanizzare la generazione del nuovo soggetto. E questi, cioè il nuovo soggetto generato, diviene nella finalità della fecondazione assistita, l’espressione di un desiderio e pretesa di un diritto che da tale desiderio dovrebbe necessariamente derivare. Ora questo desiderio quant’anche comprensibile nei genitori, non può ignorare condizioni di legittimità che lo precedono e, prima di tutte tra queste, il diritto primario del nuovo essere umano concepito, cioè il diritto alla sua stessa esistenza. Di conseguenza, ritornando alle considerazioni di mons. Sgreccia «la conclusione relativa alla natura ed identità dell’embrione è di capitale importanza per valutare le tecniche di procreazione artificiale da un punto di vista etico, perchè molte di esse comportano la distruzione la perdita, la selezione e il congelamento degli embrioni». Inoltre il concepimento tecnologico trattando l’embrione come un prodotto, comporta la spinta alla selezione riduttiva delle gravidanze multiple, o a quella eugenetica ed altro. Ci cono poi considerazioni da fare, l’impatto con la fecondazione artificiale sui concetti base del matrimonio e della famiglia sono molteplici e sono di segno negativo. Mons. Sgreccia dice che certe situazioni portano ad avere 2 padri (paternità genetica e paternità sociale) ed anche 2-3 madri (maternità genetica, gestazionale e sociale). Queste eventualità comportano un disordine civile che la legge intende opportunamente evitare, come pure intende che il figlio non conosca i suoi genitori o anche che debba accettare la morte del genitore prima ancora di nascere, derivando da prelievi attuali in previsione di decesso, o ancora che il nascituro venga al mondo da coppie che non danno le assicurazioni di complementarietà, continuità di assistenza e di tutela che si possono sperare da coppie di sesso diverso, di età fertile e conviventi stabilmente da un certo numero di anni. In questo senso la legge sulla procreazione assistita è accettata dai cattolici i quali riconoscono quanto è stato fatto nei termini in cui si è riusciti a limitare i maggiori danni che deriverebbero dall’assenza di qualsiasi norma.