Serve legalizzare la morte clandestina

Iuri Maria Prado
Solo qualche anno fa il caso di Terri Schiavo non si sarebbe imposto all’attenzione pubblica con questa angosciosa urgenza. E se succede che intorno a un simile caso si sollevino oggi le appassionate discussioni e polemiche che ieri, al contrario, mancavano, è esattamente perché esiste ormai la condizione, o per meglio dire l’esigenza, che finalmente intervenga una regolamentazione possibilmente ragionevole di una realtà non più trascurabile: vale a dire il fatto che esiste una pretesa di “governo umano” sulla vita e sulla morte che spinge per trovare riconoscimento e legittimazione, e rifiuta la clandestinità dolorosa e ipocrita in cui finora è rimasta costretta. L’interruzione di ogni funzione vitale in persone giudicate irrimediabilmente ferme in uno stato cosiddetto vegetale è una pratica diffusa, per quanto sommersa. È un dato di scandalosa realtà: ma lo scandalo non sta nella pratica, bensì nel fatto che se ne tollera la clandestinità imponendola come regola di infernale governo delle cose, spacciando l’esistenza di una realtà alternativamente paradisiaca, dove quelle cose non si fanno”, o isolatamente criminale, quando pur capita che un caso sfugga al segreto e alla censura.

Non esiste però quel paradiso, dove certi drammi non si pongono, ed è sommamente ingiusto sbrigare la pratica che emerge episodicamente con le norme di legge sull’omicidio o altrimenti punitive e repressive. Salvo credere che sia ancora attuale e ammissibile – se mai lo è stato – risolvere il problema facendo finta che siano altrettanti assassini i padri, le madri, i figli che “intervengono” su quel che rimane della vita dei loro cari interrompendone una prosecuzione miserabile e oltraggiosa. La replica, purtroppo largamente riproposta anche nella discussione politica, secondo cui “la vita è sacra”, non dovrebbe trovare nessun posto nella sistemazione normativa della questione. E non certo perché una simile obiezione sia trascurabile, ma ancora una volta per una considerazione di fatto, di ragionevolezza, di realtà, che sono le cose di cui la politica dovrebbe occuparsi e nelle quali la politica dovrebbe consistere. E la considerazione è che la cosiddetta “sacralità della vita” è compromessa innanzitutto dal comportamento di chi fa finta di nulla, preferendo che la vita, la dignità della vita e della morte, siano macellate da pratiche vietate nelle leggi ma irresponsabilmente lasciate correre nei fatti.

Non si risponda, come inaccettabilmente sì risponde ogni qualvolta si tratti di una qualsiasi legalizzazione di comportamenti tanto vietati nelle norme quanto ammessi nella realtà quotidiana, che allora tanto vale legalizzare il furto o l’omicidio, perché anch’ essi “esistono. Rispondere in questo modo, infatti, significa insultare doppiamente la condizione drammatica di chi si trova a non voler ulteriormente vivere o far vivere una vita giudicata non più tale: doppiamente, perché non solo si impedisce l’esercizio di “cure,perse stessi operi propri cari, che dovrebbero pur sottrarsi ai sindacati di uno Stato moraleggiante, e poi perché in quel modo si impone un marchio di infamia che nessuno, in verità, pensa sia davvero meritato. Che in questa realtà debba finalmente intervenire una regolamentazione civile è un esigenza di tutti. Soprattutto se la sacralità della vita” deve essere un fatto, una vicenda apprezzabile, piuttosto che un simulacro.