LA VERA STORIA DELLA SCOPERTA DEL DNA (Il Sole 24 Ore)

<b>28 Febbraio 2004</b> – Recentemente, durante una delle tante occasioni per celebrare l'anniversario del Dna, Jim Watson (scopritore insieme a Francis Crick della struttura della molecola alla base dell'ereditarietà) si è scusato con Maclyn McCarty. McCarty, 93 anni, è professore emerito alla Rockefeller University di New York ed è stato protagonista, insieme a Oswald Avery e Colin Mac Leod, della dimostrazione che il Dna è effettivamente il portatore del materiale genetico e che è un comune denominatore, cioè il codice segreto che attraversa tutti gli esseri viventi, da un microbatterio all'uomo. Gli esperimenti di Avery-MacLoad-McCarty furono pubblicati nel 1944, segnando una pietra miliare della scienza moderna. La prima pubblicazione, di una lunga serie, terminava con queste parole: «Il materiale qui presentato conferma l'ipotesi che un acido di tipo desossiribonucleico costituisce l'unità fondamentale della sostanza di trasformazione derivata dal pneumococco di tipo III». Watson e Crick nel loro storico lavoro del 1953, dove rivelarono la struttura a doppia elica del Dna, non avevano fatto alcuna menzione della scoperta del team americano. Che cosa si sapeva prima della vostra pubblicazione in «The journal of experimental medicine», nel febbraio del 1944? Nonostante la scoperta del Dna risalisse alla metà del secolo precedente, si sapeva pochissimo a proposito della sua attività biologica. Studi chimici sugli acidi nucleici avevano suggerito per essi una bassa eterogeneità e un piccolo numero di componenti. L'idea era che non avessero l'eterogeneità necessaria a trasferire l'informazione genetica. Per questo era molto radicato il pensiero che fossero le proteine gli elementi costituenti i geni. Come è cominciato il vostro lavoro? Il lavoro è nato studiando la polmonite batterica e facemmo molti esperimenti prima di essere sicuri di quello che avevamo. Nel 1928, il patologo inglese Frederick Griffith aveva fatto una scoperta molto importante: l'iniezione di pneumococchi vivi, non virulenti, associati a un preparato indebolito di cellule virulente provoca la morte dei topi così trattati, dai quali si possono poi isolare organismi virulenti; analoghe osservazioni inerenti tale processo, designato come trasformazione batterica, vennero effettuate anche in provetta. Era chiaro che le cellule lisce virulenti dovevano contenere qualche sostanza capace di trasformare permanentemente e in linea ereditaria la coltura di batteri ruvidi non virulenti, e precisamente in una specie di cellule che assomigliava agli organismi dispensatori lisci virulenti. A questo punto entrate in gioco voi. Seguirono dieci anni di intenso lavoro. Avery e MacLeod avevano cercato di eliminare tutte le possibili cause di trasformazione, come l'Rna e le proteine. E un punto interessante è che non sapevano di avere Dna negli estratti fino ai sei mesi prima che io arrivassi, nel 1941. E poi continuammo con tutti i controlli necessari. Eravate consapevoli della portata sensazionale della vostra scoperta? In un certo senso si. Quadrava con il fatto che si sapeva che il Dna costituiva parte dei cromosomi nelle cellule superiori. Però, la maggior parte dei genetisti di allora non riconosceva nei batteri lo stesso percorso vitale degli esseri superiori. Concettualmente fu difficile da digerire. Non si era pronti ad accettare che il Dna fosse lo stesso in tutti gli organismi. E molti continuarono a pensare che fosse costituito da proteine. Quando è stato accettato? Irwin Chargaff, alla Columbia, fu tra i primi ad apprezzarne la portata e si dedicò all'analisi degli acidi nucleici dimostrando che erano simili. E poi venne lo studio strutturale di Watson e Crick, che ha tracciato, anche se più lentamente di quanto si pensi, le fondamenta per gli sviluppi moderni successivi. Che effetto fa essere uno dei tre scopritori di una delle tappe della scienza che si traducono oggi nel Progetto genoma umano? Per me è soprattutto straordinario vedere gli sviluppi raggiunti in tutti questi anni. E tracciare le tappe. Prima la sequenza, poi la clonazione, divenuti strumenti ormai di routine in ogni campo della biologia, dalla immunologia alla neurobiologia, dalla biologia dello sviluppo alla biologia vegetale. Alla fine degli anni 40, mi sono allontanato dalla ricerca originaria per avvicinarmi di più a quella clinica e sono sbalordito e compiaciuto del fatto che queste tecniche siano indispensabili anche in campo medico, per capire e concepire trattamenti per le malattie più diverse.

<i>di Marta Paterlini</i>