Adriano Lombardi. Ass. Coscioni: “Ha parlato di libertà di ricerca al mondo dello sport”

Stanotte ci ha lasciato Adriano Lombardi, grande campione dello sport e già consigliere generale dell’Associazione Coscioni. Esprimendo il nostro profondo cordoglio ai famigliari, agli amici e a tutte le persone che gli sono state vicine, vogliamo salutare Adriano ricordando le sue parole, pronunciate al congresso dell’Associazione Coscioni nel 2004, quando insieme a noi intraprese la campagna per l’abrogazione della legge 40, quando parlò di libertà di ricerca anche al mondo dello sport. Ciao Adriano, sei stato un grande uomo di sport e libertà.

***Segue l’intervento di Adriano Lombardi**** pubblicato su Agenda Coscioni anno II n.05: Maggio 2007

Non ero radicale, lo sono da ammalato

Mi presento, sono Adriano Lombardi; sono un ex calciatore, ma questo secondo me non è molto importante. Ho pensato di venire qui [al Congresso dell’Associazione Coscioni] a dare una testimonianza di quello che è la mia malattia, ma mi sembra non serio e non giusto parlare di quello che ho io. Devo essere sincero, ci ho pensato molto prima di dirlo, ma poi, mi sembra logico e normale farlo. Io sono molto contento di essere qui perché volevo conoscere e vedere da vicino Luca Coscioni. Per me è l’emblema di quello che dovremmo fare noi tutti in queste circostanze, soprattutto per uno come me che, fortunatamente, ha ancora la possibilità di parlare e di muoversi discretamente e per questo cerco di viaggiare il più possibile (oggi per Adriano non è più così, ndr). Indubbiamente lui sta conducendo una battaglia che – alcune volte io da lontano lo seguivo tramite internet -, ritenevo un po’, come dire, impropria o non corretta, nel senso che è una battaglia, secondo me, inizialmente persa, perché dicevo "chi ci ascolterà mai, siamo talmente pochi", ma poi così pochi in effetti non siamo, più di cinquemila malati non la rendono poi così "rara" questa malattia. E’ impropriamente stata catalogata la SLA , come la malattia dei calciatori. Ma che senso ha, cioè, noi siamo quattro ex calciatori ammalati e quegli altri 4996 cosa facevano? Io so che facevano i più disparati mestieri, perciò non mi sembra nemmeno opportuno dilungarmi su questo tipo di discorso; l’hanno strumentalizzato per il doping, io per quello che ne so non ho mai preso niente, comunque se mi dimostreranno domani che ho fatto uso di sostanze non consentite, che mi hanno portato alla mia malattia, ben venga chi lo scoprirà, perché può darsi che trovino, magari, una soluzione per guarirla anche. E poi, comunque, dicevo, io sono un grande ammiratore di Luca purché non so come faccia nella sua circostanza; chi glielo farebbe fare? Potrebbe fare una lotta sua personale, cercare medici in America, oppure dove è più consentito curarci e non certamente star dietro a migliaia di malati, per non dire a milioni, perché lui si occupa appunto della ricerca e della libertà nella ricerca. Come è possibile allora, che noi che possiamo non dobbiamo dargli una mano? Prima cosa è egoisticamente nel nostro interesse e poi perché ci possiamo adoperare, se non per noi, per quelli che verranno dopo. Speriamo che tocchi anche a noi questa possibilità di trovare una cura attendibile che ci possa far guarire, ma se così non sarà per lo meno abbiamo fatto quel qualcosa che, secondo me, nelle nostre circostanze , come dire, ci fa sentire un po’ più realizzati. Io ho approfittato del fatto di essere ex calciatore, ma mi sono accorto che sono diventato molto più noto quando mi sono ammalato, perché prima, – sì, mi conoscevano quelli del mondo del calcio – io non sono stato un grande, anzi ho giocato nelle squadre di serie A ma abbastanza piccole, perciò non avevo questa notorietà che purtroppo adesso, mi ha aiutato. Mi ha aiutato notevolmente, prima cosa per distrarmi perché ho cercato di viaggiare, di informarmi, di documentarmi e poi perché in molte circostanze mi hanno dato parola. La mia naturalmente è una parola, come dire, di testimonianza, perché io non so di leggi, non so di numeri, non mi intendo moltissimo di politica, anche se ho le mie idee e però, mi sono accorto che, a questo punto della mia vita, non posso fare altro se non – visto che lo ammiro e che lui sta combattendo una battaglia che avrebbe bisogno di più numeri di persone – seguire l’esempio di Luca. Assolutamente da parte mia sarebbe improponibile, io vorrei che questo esempio lo seguissero molti, ma non solo a chiacchiere, ma scrivendo, perché io non ero venuto con l’intenzione di scrivere, ma l’ho fatto molto volentieri: pensavo di partecipare a un congresso che dicesse le stesse cose, mi sono accorto che qui oggi non è stato così, cioè, mi sono accorto che c’è qualcuno finalmente che sta dalla nostra parte. Non so se siamo tantissimi o pochissimi, io non faccio una questione di numeri, ma secondo me bisognerebbe adoperarci anche più capillarmente per sensibilizzare le persone, non ultimo i vicini di casa, parlarne nelle nostre città; io vengo da Avellino, nella nostra provincia e, purtroppo, devo ammettere che la conoscenza di questa malattia, e figuriamoci la battaglia per la libertà di ricerca, non è sentita, i motivi non li conosco, non c’è abbastanza informazione, ma non solo in Campania, per carità, penso che sia così un po’ da tutte le parti, ma non per questo certamente ci dobbiamo come dire, abbandonare e dire "ma io rinuncio, ma che me ne importa? Sarà quel che dio vorrà". Non deve essere così assolutamente. Per quel poco che posso fare io, anche se lo sport, mi ha dato quest’opportunità, ben venga il calcio che sensibilizza ancora di più l’attenzione del pubblico di tutti i giorni perché ne parlano i giornali sportivi. Sappiamo, purtroppo – lo dico adesso ma non prima quando giocavo -, che il calcio è molto seguito, L’Italia è l’unica nazione che ha tre giornali sportivi, non credo che ce ne siano altre da altri parti del mondo, perciò è bene che se ne parli e che se ne parli con più continuità. Indubbiamente non è mai abbastanza. Adesso ho sentito parlare di strumentalizzazioni partitiche, io ho le mie idee, però da malato non posso fare distinzioni di radicali o di DS. Io mi voglio associare, mi voglio appoggiare ai radicali perché in questo momento mi danno voce e siccome per le strade non è possibile molto spesso farlo, lo farà chi di dovere nelle sedi più opportune: al Governo, alla Camera, al Senato, in modo che si possa sollevare quel qualcosa che ci possa veramente aiutare perché purtroppo noi bisogna star dietro alle leggi: io posso andare anche per strada con i cartelli in mano, ma, senza dubbio, potrò fare anche qualcosa, ma non risolverò il mio problema. Noi onestamente abbiamo bisogno di voi e allora io non mi sento radicale nel cuore ma mi sento radicale da ammalato e lo voglio essere fino in fondo. Io, come dicevo prima, per quel poco che posso fare, vi darò una mano e la darò a quello che è l’associazione, un impegno lodevole […] una persona che sta molto peggio di me, che si adopera cento volte più di me nel cercare di risolvere i nostri problemi. Vi ringrazio.

(Intervento al secondo congresso dell’Associazione Luca Coscioni, tenutosi a Roma il 21 e 22 gennaio 2004)