«È un Paese che ci umilia e ignora, che ci tratta come se fossimo cittadini di serie B. Avevamo sperato tanto in questa sentenza. Ma non ci arrendiamo, vorrà dire che partiremo ancora una volta per l’estero ad inseguire il sogno di una famiglia, costretti ad emigrare per amore, come fanno migliaia di altri italiani ogni anno». Elena parla misurando le parole, tiene a bada la delusione pensando a un domani, a quando prenderà l’aereo, rigorosamente low cost, per raggiungere la clinica di un paese straniero. Pragmatica e volitiva, non si è mai fatta molte illusioni, convinta che «lo stato spesso è più indietro della società civile dove per molti ormai un bambino è figlio di chi lo cresce non di chilo ha partorito o ha dato il codice genetico». Lei e suo marito Alessandro sono una delle tre coppie che hanno presentato ricorso considerando incostituzionale il divieto dell’eterologa. Un divieto che sente punitivo sulla propria pelle, che ha vissuto per anni come una condanna definitiva e senza appello alla sua sterilità, ma anche a quella di migliaia di uomini e donne che per malattie genetiche non possono avere figli. «È una legge ingiusta perché ci considera cittadini di serie B, ci toglie la possibilità di creare una famiglia, di avere un figlio, unico paese in Europa ad essere cosi duro, drastico. E pensare che parlano tanto di famiglia, bambini, di lotta alla crescita zero». Lei, 38 anni, siciliana, ragioniera, è da anni in menopausa anticipata, non ha quindi più nessuna possibilità di diventare madre a meno che non usi l’ovocita di un’altra donna. «E a me non importa di chi sia, non siamo maniaci della genetica, non ci importa nulla delle somiglianze fisiche. Un figlio è di chi lo ama e lo fa crescere forte e felice, per questo le abbiamo provate tutte: la fecondazione eterologa ma anche l’adozione internazionale. I tempi della burocrazia sono però lunghissimi e ora, ricevuta l’abilitazione, speriamo in una chiamata dall’estero». La voglia, il desiderio che li muove, è quello di farsi una famiglia e «quello che unisce è l’amore, la condivisione, un progetto comune di crescita, certo non il gene». Così per anni lei e il marito sono andati all’estero. «Sentendoci un po’ come dei malfattori, costretti a varcare la frontiera per fare qualcosa che qui è vietato, neanche fossimo ladri o rapinatori». Hanno provato in Grecia, a Creta, più volte hanno tentato spendendo diecimila euro. Ma è andata male, gli embrioni non hanno attecchito e la speranza si è trasformata in delusione. «Sono stati gentili, professionali ma è assurdo che uno non possa farlo nel proprio paese, con dottori che parlano la tua lingua e i familiari vicino. Invece stai lì tre giorni poi torni a casa tua, a mille chilometri di distanza e sei solo, senza un medico accanto, con i dubbi, le paure di qualsiasi futura madre ma anche di più. Ecco, questo mi fa rabbia: lo stato che ci lascia soli, ci costringe ad andare lontano, senza appoggi, spendendo cifre folli per chi vive di un normale stipendio». Loro hanno incontrato centri e medici professionali, ma tanti, racconta Elena, nei loro viaggi della speranza e delle illusioni sono finiti in mano ad affaristi spregiudicati. «Anche per tutti loro abbiamo deciso di presentare ricorso, abbiamo deciso di lottare anche per il loro diritto, il loro sogno di diventare padri e madri. Diritti calpestati mentre loro oltre frontiera venivano spesso considerati solo come fonte di guadagno, come portafogli da svuotare». Gente che si è venduta la casa per pagarsi le cure mediche oltre confine, che ha fatto il mutuo perché le trasferte costano, che si è impegnata i regali di nozze e lo stipendio per sperare un giorno di poter abbracciare un bambino.
“Il nostro sogno si allontana ancora, saremo costretti a tornare all’estero”
la Repubblica