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Su trentamila embrioni congelati in Italia – riferisce Margherita De Bac – quattrocento «orfani (di cui non si trovano genitori o che sono stati disconosciuti) devono essere portati in una banca ospedaliera, all’Irccs dell’Ospedale Maggiore di Milano, e ora si deve decidere se e come utilizzarli o distruggerli». Forse chi ha deciso di separare il destino degli orfani da quello degli altri è qualche persona che indulge alle letture banali e strombazzate; può aver letto, per esempio, Freakonomics di Steven D. Levitt, un mediocre e borioso pamphlet che esprime le idee più convenzionali e inumane su questi problemi. Levitt è un giovane osannato economista della scuola di Chicago, culla dell’anarco-liberismo ultrà.
Un autore di successo che, come riferisce il risvolto di copertina citando Panorama , «seduce (o quasi) anche George Bush». In questo, come in altri libri precedenti, Levitt considera l’aborto una provvidenziale misura anticrimine, in quanto elimina figli indesiderati e dunque – a suo avviso – probabili futuri criminali (come se ogni disagio producesse necessariamente delinquenza, come se fosse perciò giusto eliminare tutti i disagiati e come se gli aborti avvenissero sempre e solo in situazioni esistenzialmente drammatiche).
Ragionando in questo modo, pure cicloni, terremoti ed epidemie andrebbero considerati benefiche misure anticrimine, specie quando si abbattano su Paesi musulmani, eliminando così chissà quanti futuri terroristi islamici. Soltanto Flaubert saprebbe commentare adeguatamente simili ragionamenti. Spesso la crudele ingiustizia e l’inumanità hanno un risvolto ferocemente e amaramente comico, soprattutto quando si ammantano di apparente asettica e funzionale razionalità. Quest’ultima si rivela in realtà furiosamente irrazionale; una beffa, una parodia della vita e delle sue ragioni che distorce il volto dell’uomo in una smorfia grottesca, in una di quelle maschere che fanno paura e insieme muovono al riso.
Se si pensa che la ricerca scientifica legittimi il sacrificio di alcuni embrioni, come di alcuni soldati in una battaglia, perché scegliere proprio questi quattrocento fra trentamila? Anzitutto, con grave imbarazzo degli abortisti, in tal modo si considerano implicitamente gli embrioni quali esseri umani, alcuni dei quali, in quanto privi di genitori, si pensa siano destinati a una vita più infelice e dunque più degni di essere eliminati. In base a questo criterio, se un indovino indicasse chi, fra i trentamila congelati, sarà domani più ricco e chi più povero e quindi più esposto alle avversità, si potrebbero eliminare i futuri poveri.
Un’ora fa, commentando la notizia, un amico – decisamente favorevole, in linea di principio, all’uso e dunque alla soppressione degli embrioni per la ricerca – si diceva scandalizzato e si chiedeva perché, se quel sacrificio è necessario, non si tirano piuttosto a sorte gli embrioni da sacrificare alla ricerca scientifica.
Quella notizia rivela la perversione in cui spesso viene stravolto il giustissimo concetto della qualità della vita: anziché cercare di dare una dignitosa qualità di vita a chi non ce l’ha, lo si elimina. A parte la difficoltà di stabilire quale sia la qualità di vita accettabile e chi debba decidere quale essa sia, si apre l’orribile, dostoevskijana visione di un mondo in cui «tutto è permesso» e l’irrazionalità più mostruosa si traveste da razionalità contabile, come un corpo insanguinato celato da un lindo camice.
Gli orfani dell’esistenza esposti a questa igiene sociale sono tanti; moltitudini di sofferenti, affamati, dannati della terra che attendono il loro uragano.