Trudeau e l’erba “liberal” del Canada

All’inizio di maggio, l’Assemblea legislativa dello Stato del Vermont ha depenalizzato per i maggiorenni il possesso di marijuana e la coltivazione di due piante. Salvo veti del Governatore repubblicano Phil Scott, la decriminalizzazione entrerà in vigore a metà 2018. La notizia arriva contestualmente alla presentazione in Canada di una proposta del governo per la regolamentazione della produzione, commercio e consumo della cannabis.

Dopo otto referendum negli Usa e una decisione presidenziale in Uruguay, anche il legislatore inizia finalmente a legalizzare quelle che Marco Pannella definiva «non droghe».

Se non meraviglia che il progressista Vermont abbia legalizzato, meno scontato era che il messaggio di rottura del candidato liberale Justin Trudeau si concretizzasse (anche) nella legalizzazione della cannabis.

A smentire chi lo considera un soggetto più attento all’immagine che alla politica, dopo un anno di lavoro, Trudeau ritiene che i maggiorenni possano comprare marijuana per uso ricreativo nei negozi di liquori, o luoghi simili, secondo regole «provinciali» (il Canada è una federazione).

Un elemento significativo della proposta è stata la consultazione pubblica attraverso il confronto di competenze, esperienze, dubbi e suggerimenti da parte dei cosiddetti «portatori d’interessi». A capo della commissione Bill Blair, un neo-deputato liberale con un passato nelle forze dell’ordine. La commissione ha coinvolto anche esperti internazionali per capire quali fossero le lezioni da imparare dagli Usa e iniziare a porsi il problema dell’aderenza della nuova normativa ai trattati internazionali, infatti il conflitto con la Convenzione Onu del 1961 resta aperto.

Il modello proposto dal governo entrerà in vigore solo nelle province che decideranno di adottarlo, alle amministrazioni locali verrà anche demandata la decisione sulle modalità di distribuzione dei luoghi per l’acquisto dei prodotti, ivi compresa la vendita per posta.

Fisse saranno invece la quantità che da maggiorenni si potranno possedere, 30 grammi, mentre il numero delle piante coltivabili è fissato in quattro. Se un minorenne venisse fermato con cinque grammi non sono previste sanzioni.

Non saranno consentiti prodotti che mischino la cannabis ad altre sostanze (tè, caffè o sigarette aromatizzate alla marijuana); verranno rafforzati i controlli stradali e, per chi vende a un minorenne, le pene arriveranno a 14 anni. Inizialmente le tasse saranno tenute basse per scoraggiare il mercato nero mentre una proposta di amnistia retroattiva per ora non è rientrata nella versione finale della legge.

Gli esperti canadesi calcolano che il mercato legale sottrarrà 7,5 miliardi di dollari dalle tasche del crimine organizzato e che l’indotto sarà superiore ai proventi della vendita dei prodotti.

Secondo Deloitte, una società di consulenza finanziaria e investimenti, si tratta di oltre 22,6 miliardi di dollari.

Il Canada è già leader mondiale nella preparazione di cannabinoidi medici e le sue multinazionali sono alla continua ricerca di nuove terre da coltivare.

L’anno scorso alcuni emissari canadesi avevano visitato l’Italia nella speranza che presto sarebbe arrivata una regolamentazione legale, di recente si sono spostati in Colombia.

Dal 2018 quindi, tra i nove stati Usa e il Canada, oltre 100 milioni di persone in Nord America potranno coltivare o comprare cannabis senza incappare in sanzioni. Un altro colpo mortale al proibizionismo.

Certo, se dopo il Vermont anche il Parlamento italiano decidesse di portare a termine l’iter per la cannabis legale, sicuramente la reputazione dei politici nostrani ne trarrebbe beneficio, per non parlare della libertà, dell’economia e, diciamocelo, della qualità del fumato.

Nata a Prato nel 1987, laureata in “Studi Internazionali” presso l’Università degli Studi di Firenze con una tesi sui “child soldiers”, ha  successivamente conseguito una laurea specialistica in “Istituzioni e Politiche dei Diritti Umani e della Pace” presso l’Università degli Studi di Padova, redigendo una tesi sperimentale sulla dispersione scolastica nelle periferie di Napoli e Palermo. Nel marzo 2016 ha inoltre conseguito un Master di II Livello in “Geopolitica e Sicurezza Globale” presso l’Università La Sapienza di Roma con una tesi dal titolo “Diritto internazionale e Geopolitica: teoria e prassi dell’ingerenza umanitaria. Focus sulla Libia“. Dopo aver profuso impegno nel campo della cooperazione internazionale e dei diritti umani con stage presso alcune NGOs del settore, dal marzo 2015 lavora presso l’Associazione Luca Coscioni.