Basilea, in Svizzera, uno dei Paesi al mondo dove il suicidio assistito è permesso. Spesso viene confuso con l`eutanasia, ma è cosa diversa. Nell`eutanasia il soggetto che ha espresso la volontà di morire non è in grado di compiere l`ultimo passo. La «dolce morte» viene quindi praticata da un sanitario: è permessa in pochi Paesi fra i quali l`Olanda. Nel caso del suicidio assistito i sanitari procurano al soggetto i mezzi per suicidarsi, ma l`atto finale spetta comunque al diretto interessato. In Italia né il suicidio assistito né tanto meno l`eutanasia sono consentiti dalla legge. Ci sono però alcune organizzazioni che si offrono di fornire consulenza per programmare il viaggio nelle nazioni dove lo stop volontario alla vita è consentito. Ovviamente chi giunge a una determinazione di questo tipo, nel caso dell`eutanasia ha espresso chiaramente quando era in pieno possesso delle sue facoltà il desiderio di non essere mantenuto in vita in caso di malattie senza ritorno. Tutti ricordiamo i casi che in Italia hanno provocato enormi polemiche: quelli di Piergiorgio Welby e Eluana Englaro per fermarci ai principali. Per quanto riguarda il suicidio assistito è evidente che chì decide di ricorrervi ha ancora coscienza di sé, per quanto possa essere gravemente malato. Andando al caso di D`Amico, non soffriva di una malattia terminale, ma di una grave forma depressiva. La legislazione svizzera consente il suicidio assistito anche in questo caso laddove si dimostri che le cure per debellarla si sono dimostrate inefficaci. Alcuni anni fa D`Amico venne indagato quando era in servizio alla procura generale di Catanzaro in relazione a una fuga di notizie. L`indagine si concluse con il proscioglimento, ma il magistrato decise di abbandonare la toga con la motivazione «questa magistratura non mi merita». Da allora era caduto in depressione, anche se appena appresa la notizia del suicidio, i familiari hanno fatto sapere che la malattia «non gli impediva di condurre una vita normale». Hanno anche aggiunto che valuteranno se agire legalmente nei confronti di chi ha aiutato il loro congiunto a porre fine alla sua esistenza. Sia come sia D`Amico ha deciso di farlo. Le procedure per giungere all`atto finale sono lunghe e approfondite. Il primo passo è la richiesta alla clinica: deve essere corredata delle cartelle cliniche e dei pareri medici che attestino le condizioni del paziente. La domanda viene poi esaminata da una commissione di tre medici, uno dei quali, se la domanda viene accolta, accompagna il paziente fino alla fine. La commissione, prima di dare il via libera, verifica se la condizione del paziente sia reversibile, se soffre di malattia terminale o, come nel caso della depressione grave, che la decisione sia stata presa in maniera approfondita e non sia frutto dell`impulso di un momento. Non a caso circa il 40% delle persone che entrano in clinica rinunciano e tornano a casa. Pare siano una ventina l`anno gli italiani che arrivano in fondo al proposito di togliersi lavita nelle cliniche svizzere. Una decisione, quella di D`amico che sicuramente riaprirà il complesso dibattito etico su suicidio assistito ed eutanasia. Speriamo che come invece capita sempre in Italia non si trasformi in uno scontro volgare e muscolare. Il tema è troppo serio e profondo per consentire che ciò accada.
Suicidio assistito o eutanasia. Un magistrato “riapre” il caso

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