Lettera del Senatore Ignazio Marino all’Avvenire
Caro Direttore, in relazione all’articolo pubblicato il 3 luglio scorso dal titolo "Staminali italiane, gli embrioni non servono", mi preme sottolineare che il mio pensiero è stato riportato in maniera errata. Nell’articolo è scritto infatti che io sarei favorevole all’utilizzo a scopo di ricerca degli embrioni congelati in sovrannumero. Sinceramente, non ho mai espresso questa posizione per il semplice motivo che non è il mio pensiero.
Quello che io penso e che sostengo pubblicamente (e che è stato infatti riportato anche dalle agenzie di stampa il giorno in cui ho partecipato al convegno di cui si parla nell’articolo), è che ritengo opportuno interrogarci per capire che cosa si vuole fare in Italia degli embrioni congelati in sovrannumero.
I destini cui potrebbero andare incontro sono due: o li lasciamo nei congelatori a morire nel freddo, oppure li facciamo morire comunque e preleviamo le loro cellule destinandole alla ricerca. Un’altra via potrebbe essere di donarli a delle donne con problemi di sterilità che desiderano una gravidanza e un figlio. In non so quale di queste vie debba essere seguita, e non ho la presunzione di avere risposte certe. Quello che so è che il Paese sbaglia ad accantonare il problema rifiutandosi di affrontarlo, facendo finta che non esista.
Per quanto riguarda il sistema del "peer review" (giudizio tra pari), che auspico venga introdotto nel nostro paese per l’assegnazione dei fondi per la ricerca, mi stupisco molto che l’Avvenire nutra delle perplessità su questa strada di modernizzazione.
Difendere l’attuale sistema discrezionale di attribuzione dei fondi, significa condannare il nostro paese alla fuga dei cervelli, significa spingere i giovani migliori ad emigrare per poter essere valutati sulla base delle loro reali capacità. Contro questa logica io mi sono impegnato molto e sono riuscito a vincolare una parte dei fondi a progetti di ricerca di giovani con meno di quarant’anni, valutati alla pari da scienziati, alcuni stranieri, anch’essi con meno di quarant’anni.
È sotto gli occhi di tutti che il potere discrezionale non ha creato uguaglianza e pari opportunità per i ricercatori, ma ha alimentato un sistema baronale basato sulle raccomandazioni, a sca- pito del merito. Davvero non capisco come il suo giornale possa difendere questo sistema rispetto alla trasparenza e alla meritocrazia.