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Pochi giorni fa ha varcato la soglia finale un mio amico che ha contato e dunque conta moltissimo nella mia vita; Giovanni Gabrielli, grande studioso di diritto civile, grande avvocato e grande figura di quel mondo in cui il diritto è un timone della vita economica e civile di un Paese. Ma soprattutto, da sessantacinque anni — dalla prima media — mio compagno dei momenti anche dolorosi e difficili e di una continua invenzione festosa e ironica della vita, vissuta con impegno e serietà non seriosa, ma anche come gioco che spariglia le carte, come una risata felice. Tormentato da continui e sempre più estesi dolori e mai lamentoso, non ha permesso che la sua sofferenza e la sua morte, che sapeva imminente, incidessero sulla sua visione del mondo o lo inducessero a vaghe e ansiose filosofie del nulla. È stato sempre immune da quell’egocentrismo di chi sta male e pensa che questo suo male sia il centro del mondo e che tutti debbano pensare ad esso. La morte, diceva, non è il momento più importante né tantomeno decisivo dell’esistenza, conta ad esempio meno che non sposarsi, avere figli.
Non parlavamo certo della morte nelle ore passate insieme negli ultimi mesi; abbiamo anche riso, come abbiamo fatto molto spesso per sessantacinque anni, a cominciare dal liceo, dove lui primeggiava come credo nessun altro — traduceva ardui brani di Tucidide in pochi minuti — e, quando un professore commetteva l’errore, involontariamente umiliante per gli altri, di chiamarlo «cavallo di razza», si metteva immediatamente a ragliare, cosa in cui eccelleva come negli aoristi. Abbiamo imparato insieme a ridere delle persone e delle cose che allo stesso tempo amavamo e rispettavamo, sapendole ben più grandi di noi, e a ridere di noi stessi — consci di essere comiche comparse nel teatro del mondo — e a considerare più che giuste le frequenti sanzioni disciplinari che ci venivano inflitte per il continuo subbuglio che provocavamo. L’ultimo dialogo con Gianni, pochissimi giorni prima della sua morte, è nato dalla sua preghiera, dal letto in cui giaceva sofferente, di spegnergli la televisione. Dopo qualche minuto in cui mi arrabattavo senza risultato col telecomando, mi ha detto, con una voce in cui c’era tutta la sessantacinquennale consapevolezza della mia incorreggibile inettitudine: «Dame qua, dame qua, fazzo mi».
È un senso classico, della vita e dunque della morte, che occorrerebbe recuperare. Non a caso Gianni leggeva costantemente i classici, non solo greci ma anche e forse ancor più latini, meno accesi dal fuoco dell’assoluto metafisico e delle domande ultime e limpidamente radicati nella buona e dura terra con le sue fioriture e il loro appassire, la repubblica e le sue leggi, Plinio il giovane che chiede a Traiano come comportarsi con i cristiani e l’imperatoria brevitas della dura risposta del sovrano. La classicità è ironica, perché insegna la necessità e la precarietà della precisione. Il latino insegna il nominativo e l’accusativo e, se non li si conosce o, peggio, li si scambia, non si sa chi è che ruba e chi è che è derubato e si finisce, come nell’immortale Pinocchio, per mettere in galera il derubato e lasciare libero il ladro. La parola classica, parola di una lingua morta, sembrerebbe dunque non voler dir niente e invece dice tante cose, dice quell’indicibile che si addensa dietro, intorno a ogni parola e a ogni situazione. La parola classica trasmette il senso della propria sicurezza e della propria precarietà; insegna che non si riesce a dire tutto e insegna la familiarità con la ricerca della verità, lo scetticismo circa la possibilità di afferrarla e la fede nella capacità di afferrare comunque in questa ricerca qualcosa di essenziale e imperituro. Trasmette soprattutto, con la sua grandiosa inutilità, l’ironia per tutta questa avventura. Quando il preside ci dava la pagella e ad alcuni di noi, ad esempio a me, diceva: «Si ricordi, Magris, qui proficit litteris sed deficit moribus magis deficit quam proficit», quel latino confermava ma anche smontava la serietà di quell’elogio e di quella predica. Pure il diritto di cui Gabrielli è un maestro, ha un suo affascinante umorismo linguistico che nasce dal rigore della classificazione e dal tacito senso della sua vanità. L’ironia è la più grande avversaria della morte, perché l’assume su di sé, ma come ci si cambia un soprabito.
Forse bisognerebbe ritrovare concretamente, fisicamente il senso della morte quale sigillo della nostra appartenenza all’ordine naturale delle cose; viverla certo come mistero, ma senza la necessità di parlare troppo del mistero e delle cose nascoste e continuando, anche su quella soglia, a interessarsi delle cose relative ed effimere di cui ci si è interessati nella quotidianità, anche al corso di un titolo in Borsa. Un senso classico — romano più ancora che greco — invita a venerare l’imperscrutabile ma, proprio perché è imperscrutabile, a non angosciarsi nell’ossessivo tentativo di scrutarlo. Ciò non implica affatto necessariamente uno spirito irreligioso: le nostre contingenze — dice un bellissimo passo di una lettera di Biagio Marin al suo traduttore cinese — colorano l’eternità di Dio; sono il nostro modo di vivere quella «inafferrabilità di Dio» che, ricorda Alberto Melloni nel suo forte, incisivo libro Quel che resta di Dio, è proclamata con forza «martellante» nella Bibbia. Inafferrabilità dunque pure della nostra morte, che allora è meglio vivere come una parte prevista e normale nel teatro della nostra esistenza, i cui elementi ricevono l’ordine o decidono di rompere le righe.
Certamente vi sono sofferenze inaudite, fisiche e psichiche, inflitte dalla sorte o dagli uomini che rendono impossibile ogni dignità classica e ogni composta uscita di scena al termine previsto dello spettacolo. La grande forza del cristianesimo è il bruciante tentativo di confrontarsi con l’infimo e l’estremo della condizione umana, talora così insostenibile e insopportabile da indurre non ad attendere di cadere, bensì a precipitarsi di propria volontà in quel buio che, scrive il teologo Karl Rahner parlando del suicidio, è l’oscura mano di Dio che sorregge come una rete chi cade, perché è inciampato o non ce la fa più.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.