Così come avvenuto per molti punti della legge 40 – quella "contro" la fecondazione assistita – anche la Fini-Giovanardi sulle droghe, inizia a scricchiolare sotto i colpi delle sentenze. In questo caso, la Corte di Cassazione ha stabilito che detenere una pianta di canapa, non costituisce di per sé attività penalmente rilevante. La sentenza apre una breccia importante in una norma che equipara la coltivazione allo spaccio.
Una buona notizia per il fronte antiproibizionista, senza dubbio, per quanto non vada sottovalutato un aspetto avvilente. In questo paese le sentenze non hanno forza giuridica e dunque, pur essendosi creato un precedente sempre rievocabile in procedimenti analoghi in futuro, resta necessario un intervento del legislatore affinché la normativa si adegui alla giurisprudenza. In un Parlamento dove prevale, nonostante tutto, la linea proibizionista – a eccezione dei Radicali e di poche menti libere tra destra e sinistra – lo spazio per sperare in una revisione della legge su basi scientifiche, sociali e giurisprudenziali, sembra ridursi drasticamente.
Il dato di cronaca che ha portato a una sentenza che resterà in ogni caso un caposaldo della battaglia antiproibizionista, merita di essere analizzato. La storia parte con il sequestro di una pianta e il relativo procedimento ai sensi della legge Fini-Giovanardi, secondo la quale il possesso di una singola pianta è equiparato allo spaccio e, come tale, punibile con la reclusione da sei a 20 anni. L’episodio si è verificato a Scalea, nel cosentino, interessando il Tribunale di Catanzaro, dove il 23enne imputato era stato precedentemente assolto in Appello. Il Procuratore Generale ha vivamente protestato per la sentenza assolutoria, ricorrendo alla Suprema Corte, che ha confermato la sentenza d’Appello con parole cariche di buon senso e di conoscenza reale della materia trattata. Secondo la Cassazione, infatti, la coltivazione di una pianta di marijuana "non è idonea a porre in pericolo il bene della salute pubblica o della sicurezza pubblica".
La Cassazione ha inoltre stabilito un principio fondamentale, ovvero la assoluta assenza di pericolosità sociale nella condotta portata avanti dall’imputato. I giudici, hanno infatti preso atto che la "modestia dell’attività posta in essere emerge da circostanze oggettive di fatto, come in questo caso la coltivazione di una piantina in un piccolo vaso sul terrazzo di casa con un principio attivo di mg 16, il comportamento dell’imputato deve essere ritenuto del tutto inoffensivo e non punibile anche in presenza di specifiche norme di segno contrario". L’appello al legislatore affinché intervenga a correzione della normativa attuale, appare palese nell’ultimo passaggio dello stralcio del dispositivo, in cui viene quasi sfidata "la norma di segno contrario".
La portata della sentenza è di carattere storico e grazie a essa potrebbe incentivarsi una pratica, come la coltivazione, che se legalizzata avrebbe come primo risultato la sottrazione di clienti – e di capitali – che ogni giorno si rivolgono al narcotraffico. La palla passa ora al Parlamento dei nominati, ultima roccaforte dei tanti "Giovanardi" di destra e di sinistra e c’è da essere sicuri che la partita è lungi dall’essere chiusa ma, per lo meno, grazie alla Cassazione un goal è stato messo a segno. Ma la rimonta è ancora lunga.