«Sono convinto — chiarisce immediatamente – che la stienza sia diventata una vera e propria entità predatrice nella civiltà occidentale. Ci sono certo ragioni che definirei ideologiche, ma ci sono soprattutto ragioni economiche. E anche per questa ragione credo che molti dei problemi sollevati dalle scienze biomediche non riguardano affatto ciò che la scienza è o crede di essere ma la politica. E la mia previsione è che comunque gli scienziati non accetteranno eventuali decisioni di quest’ultima, con il risultato che tutto quello che può essere fatto in una maniera o nell’altra lo sarà. La scienza è un sistema in espansione, dotato oramai di un’organizzazione che definirei industriale e che in larga misura ne determina il movimento, anzi l’inerzia».
Un punto di vista che molti suoi colleghi non condividerebbero.
La maggior parte degli scienziati che conosco vogliono semplicemente continuare a svolgere il loro lavoro e soprattutto non vogliono alcuna restrizione. E per questo hanno bisogno di denaro, sia esso pubblico o privato. Ma le allocazioni di fondi naturalmente dipendono da decisioni politiche che nei diversi paesi sono condizionate da diversi fattori. Dalle chiese, certo, e dal mondo dell’economia, di chi finanzia cioè buona parte della ricerca. Vedo tutti questi soggetti come entità politiche che concorreranno alla definizione di ciò che sarà la scienza del futuro. Ma resto dell’opinione che in una maniera o nell altra gli scienziati riusciranno a fare quello che vogliono, magari utilizzando qualche stratagemma.
Per esempio?
Non è necessario allontanarci troppo dall’attualità! Consideriamo le cellule staminali, che in Italia come negli Stati Uniti sono al centro di un acceso dibattito. Già oggi è sempre meno necessario utilizzare cellule provenienti da «embrioni» e sempre più nel futuro nuovi tipi di cellule staminali saranno disponibili, magari estratte dai cordoni ombelicali. E allora le resistenze delle istituzioni religiose non potranno che svanire, perché i credenti stessi sono interessati ai benefici che queste tecniche potrebbero rendere disponibili. C’è poi la teoria darwiniana dell’evoluzione: la chiesa cattolica è scesa a patti con essa, papa Giovanni Paolo II lo stabili con chiarezza. Ma se anche la chiesa può condividere l’idea di un’origine comune della vita certo non può accettare l’idea della generazione casuale delle forme di vita e della loro successiva selezione naturale. Quello che la chiesa cattolica ha fatto è stato semplicemente scendere a patti con una realtà che non poteva più essere negata, e così è sempre successo. Sia chiaro, non voglio affatto sostenere che quella scientifica sia una forma di conoscenza «perfetta» in qualche senso, destinata ad affermarsi proprio in virtù di questa supposta perfezione. Al contrario sono convinto che la vera causa di questa «legge della storia» risieda nell’intrinseca tendenza delle religioni istituzionali a scendere a compromessi con la realtà, anche le realtà del potere e dell’economia. E con queste ultime la scienza ha uno stretto rapporto.
Viene in mente il tema del suo intervento qui a Venezia. Tutto questa ha a che fare con la tentazione della «predicazione»?
Molto, moltissimo. Naturalmente non possiamo dimenticare il sincero entusiasmo di molti scienziati verso il proprio lavoro, ma la necessità di convincere i potenziali finanziatori ha un peso enorme. Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna (ma sono convinto che anche in Italia la situazione non sia così diversa), i ricercatori evocano ogni tipo di miracoli. Da irragionevoli allungamenti della speranza di vita alla cura di ogni tipo di malattia cronica o del cancro, vediamo gli addetti ai lavori nei campi della genetica e delle biotecnologie non esitare a fare roboanti promesse che a mio parere non potranno essere mantenute. Faccio ricerca da più di quarant’anni e so benissimo che i miei colleghi sono consapevoli della loro falsità: non lo direbbero mai in pubblico ma dietro le quinte confessano la verità.
Quali sono gli effetti di un tale inquinamento del dibattito pubblico?
Cancellare dal dibattito aspetti dall’imprescindibile contenuto etico, rendendo così impossibili decisioni democratiche e condivise. Siamo così sicuri che la maniera più efficace di salvare vite umane sia investire miliardi nella lotta al cancro o a qualche malattia genetica? In fondo nei paesi siiluppati la maggior parte dei casi di tumore insorge in età avanzata e soprattutto è probabilmente evitabile con un migliore stile di vita, mentre i maggiori successi della medicina non hanno niente a che vedere con la scienza avanzata e molto per esempio con la disponibilità di acqua potabile e più in generale di migliori condizioni igieniche.
Una delle proposte degli organizzatori di questo convegno è una authority per la scienza che consigli i governi europei. Cosa ne pensa?
Non ho ancora letto il documento e dunque non ho opinioni in proposito. Può però essere interessante considerare l’esperienza dei Comitati di bioetica, molto diffusi negli Stati uniti. La loro azione è nei limiti di quella chè definisco «bioetica sicura», ovvero sii onesto nei confronti delle persone. Ma non affrontano mai questioni di fondo come gli indirizzi della ricerca, non mettono mai in discussione i criteri di spesa: in una parola accettano la situazione data e indicano le migliori soluzioni a partire da essa. Non credo sia loro compito fare di più, ma so che fare di più è assolutamente necessario.