
Con un “volo che più low cost non si può” – è l’autodefinizione data al proprio ragionamento – Roberto Volpi porta il lettore nella più “secolarizzata” tra le regioni italiane, al fine di dimostrare a quale deriva eugenetica porterebbe un pensiero, come il nostro, non (pregiudizialmente) ostile alla fecondazione eterologa.
Dunque, Volpi analizza i dati del registro dei difetti congeniti della Toscana relativo al periodo 2002-2011, rilevando che, a fronte di un 57 per cento in più di malformazioni genetiche nei maschi rispetto alle femmine, si registrerebbe una minore incidenza di interruzioni volontarie della gravidanza sui maschi rispetto alle femmine in caso di patologie fetali. E quindi – conclude Volpi – “a parità di malformazioni, si tende a sopprimere assai di più le femmine che non i maschi”; di conseguenza, le prime avrebbero una “probabilità di essere volontariamente abortite (…) più alta di quella maschile del quaranta per cento”. Ora, su questi davvero interessanti dati (a cui, ammonisce Volpi, “non possono muoversi obiezioni”) molto si potrebbe riflettere, soprattutto se si avesse quella competenza scientifica che, evidentemente, ci manca. Per esempio si potrebbe ragionare sul grado di incidenza, appunto secondo il sesso, di alcune anomalie cromosomiche e dunque alla probabilità che esse si manifestino con maggiore frequenza tra le femmine o tra i maschi, determinando così le condizioni per un incremento degli aborti nel primo caso.
Comunque, ci riesce difficile comprendere come dall’analisi di questi dati si possa evincere davvero una tendenza (estesa induttivamente dalla Toscana all’Italia) alla selezione eugenetica delle nascite in base al sesso, che colpirebbe appunto le femmine in caso di malformazione fetale. E gli aborti selettivi sarebbero poi, secondo questa interpretazione, destinati a crescere di fronte alla “possibilità di una diagnosi prenatale pressoché sicura nella individuazione di tutti i difetti congeniti anche a età gestazionali assai precoci (…) cosicché si avrebbe un universo di nati con questi difetti a fortissima prevalenza maschile”. Ma se ci riesce difficile fare derivare da quei dati la certezza, ma anche solo la probabilità, che in Italia si pratichino aborti selettivi secondo il genere in caso di difetti genetici, ancor più difficile ci riesce aderire alle preoccupazioni di Volpi sulle conseguenze che deriverebbero dalla legittimazione della fecondazione eterologa (anche) in Italia. Conseguenze per cui, appunto, “su questa strada arriveremo prima o poi”, oltre che ai “bambini pilotati secondo certe caratteristiche”, anche a quelli “assemblati” – senza più alcun riferimento biologico ai genitori, solo “social” e nient’affatto “natural”. Infatti, se da un lato il timore legato all’introduzione della legittimazione eterologa anche nel nostro ordinamento è quello di una scelta del gamete in funzione delle caratteristiche più o meno gradite e più o meno desiderabili del donatore (secondo quali canoni, poi? Estetici? Funzionali?), la soluzione si può e si deve trovare, come hanno fatto molti paesi, anche europei, prima di noi. Un’attenta disciplina legislativa dell’anonimato del donante, che precluda a chi acceda a questa forma di fecondazione assistita la possibilità di sapere a chi appartenga il gamete esterno alla coppia, consentirebbe di evitare, infatti, ogni rischio di selezione e programmazione eugenetica delle nascite. Dall’altro lato, se il rischio temuto da Volpi è quello di una scissione tra genitorialità sociale (o meglio: elettiva) e genitorialità biologica, anzitutto non comprendiamo davvero che nesso abbia tutto ciò con la tendenza alla selezione eugenetica delle nascite che emergerebbe, nella sua interpretazione, dall’analisi del registro toscano. E basterebbe osservare come anche il “bambino assemblato” (cioè nato per l’intervento, nel processo gestazionale, di un gamete esterno alla coppia), dal momento dell’impianto in utero (che dev’esserci per non ricadere nella diversa ipotesi della surrogazione di maternità) instaura con la donna un legame talmente forte da essere determinante non solo nel suo sviluppo successivo ma anche nella condivisione di un patrimonio, appunto, biologico. Parlare quindi di bambini privi di alcun riferimento biologico ai genitori sembra, almeno in questo caso, inappropriato.
Ma fosse anche così: si trattasse, cioè, di una “gestazione per altri” di un embrione nato da gameti totalmente esterni alla coppia (come avviene cioè per i partner omosessuali), basterebbe il carattere, appunto, tutto “social” e nient’affatto “natural” a rendere questi rapporti di filiazione meno meritevoli di tutela se non, addirittura, illeciti? E in nome di quale bene giuridico? La naturalità della procreazione? Saremo sicuramente noi a farla, come dice Volpi, “dannatamente troppo facile”: ma continuiamo a pensare che, come nel caso dell’adozione, ciò che rende un rapporto genitori-figli meritevole di tutela (e, prima ancora, di esistenza) non sia la sua natura più o meno genetica o anche solo biologica, ma la disponibilità ad accogliere, educare, formare. Insomma, tutto quel complesso di relazioni, sentimenti e appartenenze che è la genitorialità.

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