Chi si aspettava una decisione netta è rimasto deluso: sulla fecondazione eterologa il 22 maggio la Corte costituzionale ha spiazzato tutti. Rilasciando, al temine di un’udienza di due ore, una nota stringata che sintetizza un’ordinanza attesa nei prossimi giorni: «La Corte si è pronunciata sulla questione di legittimità costituzionale sollevata dai Tribunali di Firenze, Catania e Milano relativamente al divieto di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo sancita dalla legge 40/2004, restituendo gli atti ai giudici rimettenti per valutare la questione alla luce della sopravvenuta sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 3 novembre 2011 (S.H. e altri contro Austria), sulla stessa tematica». La pronuncia della Grande Camera di Strasburgo dovrà dunque guidare i tre giudizi avviati da altrettante coppie in cui uno dei componenti è completamente sterile. Soltanto dopo averla tenuta presente i tribunali potranno eventualmente ricorrere di nuovo alla Corte costituzionale. Un groviglio bello e buono.
Perché la stessa Corte europea non aveva fornito una risposta univoca (si veda Il Sole-24 Ore Sanità n. 42/2011): aveva sì giudicato legittime le restrizioni austriache all’eterologa (permessa soltanto in vivo e attraverso la sola donazione dei gameti maschili) ritenendo che non violassero l’articolo 8 della Convenzione dei diritti dell’uomo (che tutela il diritto al rispetto della vita privata e familiare) e riconoscendo ampi margini di manovra ai singoli Stati. Ma aveva anche invitato il Parlamento di Vienna a rivedere le regole generali sulla procreazione assistita, ferme al 1999. Ogni Paese – aveva sottolineato la Corte – deve considerare «lo sviluppo dinamico della scienza e della società», entrambi in continua evoluzione. Come dire: il divieto di eterologa non va ritenuto né eterno né assoluto. Tanto più che la stessa Grande Camera – ricordando come la donazione di spermatozoi sia oggi proibita soltanto in Italia, Lituania e Turchia e quella di ovuli anche in Croazia, Germania, Norvegia e Svizzera – rilevava un «consenso europeo» emergente all’eterologa. Ancora però «non basato su princìpi stabili e di vecchia data», dunque insufficiente a far ritenere irragionevoli scelte discrezionali dei singoli Stati. Da questo ragionamento, per la Consulta, dovranno ripartire i tre tribunali italiani. Una conclusione che si presta facilmente a interpretazioni opposte. Lo dimostrano le letture politiche: si va da Eugenia Roccella, Pdl, "madre" della legge 40, che ritiene la questione «chiusa nella sostanza» a Ignazio Marino e Livia Turco, Pd, secondo cui il Parlamento deve rivedere la normativa. Ma sono i giuristi, soprattutto, a confermare che la partita è aperta «È una decisione inusuale», commenta il magistrato Amedeo Santosuosso, docente all’Università di Pavia ed esperto di bioetica «La Corte avrebbe potuto rigettare subito. Il fatto che abbia rimandato può essere interpretato in due modi: o vuole prendere tempo o vuole dare la chance di un contraddittorio pieno, ritenendo che ci sia spazio per presentare nuovi argomenti». Dello stesso avviso Stefano Rodotà: «Soltanto quando il quesito tornerà, come succederà, davanti alla Corte si potrà avere una chiusura definitiva». Di «sentenza interlocutoria» parla anche Valerio Onida, ex presidente della Consulta «I giudici dovranno rivalutare la questione e decidere se, alla luce della sentenza europea, continua a sussistere il contrasto di costituzionalità». Difficile comunque che i ricorsi si fermino. Le associazioni Luca Coscioni ed Hem hanno già confermato la disponibilità a sostenere le coppie sterili nella battaglia legale contro la legge 40. E il tribunale di Salerno dovrà pronunciarsi sul divieto di eterologa proprio nei prossimi giorni. Un divieto che nel 2011, come rilevato dall’Osservatorio sul turismo procreativo, ha spinto all’estero circa 2mila coppie italiane.