L'”invisibilità” delle lesbiche raccontata in un doc

le-lesbiche-non-esistono.jpg
L’Unità
Delia Vaccarello

Quanti modi esistono per insultare i gay e quanti per le lesbiche? Se l’omofobia dispone di un lungo elenco di offese per gli omosessuali maschi, per le donne c’è pochissimo.
Non essere neanche insultate vuol dire «non esistere». Le lesbiche non esistono
è il titolo provocatorio del documentario di Laura Landi e Giovanna Selis, proiettato lo scorso sabato pomeriggio nella neonata sede del Gay Center della capitale grazie all`iniziativa di Arcilesbica Roma. «L`omofobia in questo caso comincia con la negazione che per qualche motivo parte anche e soprattutto dall`interno», hanno dichiarato le due cineaste toscane che non ha caso citano Audre Lorde e l`importanza vitale di mettere in parole la propria vita. Il documentario nasce come produzione dal basso, grazie a un annuncio nel web e a una richiesta di sottoscrizione che trova centinaia di adesioni. In breve
prende forma trovando moltissime donne pronte a farsi intervistare da
Livorno, Cagliari, Roma, Venezia, Milano, Reggio Calabria ma anche originarie
dell`Europa dell`est o del Perù. «Ogni incontro produceva circa tre
ore dì girato, e le testimonianze più interessanti venivano fuori alla fine,
una volta rotto davvero il ghiaccio» dicono Laura Landi e Giovanna Selis.
Viene presentato in anteprima al Florence Queer festival ed è l`evento più
atteso che riempie le sale. Le interviste sono rivolte a donne di tutte le
età, dalle ventenni alle over sessanta, studentesse, operatrici di un nido,
giornaliste, ricercatrici, impiegate. Quasi tutte si definiscono «lesbica», con qualche variante come «persona lesbica», «omosessuale», «vado con
chi mi piace, sia con uomini che con donne». Il tono è quello di una grande
operazione verità, condotta senza trionfalismi né vittimismi e con qualche
puntata di ironia, come la breve sequenza tratta dallo spettacolo delle
artiste «Le brugole». Cosa sono le brugole? «Sono quegli attrezzi che servono
per montare i mobili dell`Ikea, ci chiamiamo così perché due lesbiche
il giorno successivo al primo incontro pensano subito a mettere su casa». Tra le intervistate anche chi ha scelto di lasciare l`Italia. Due giovani decidono di andare ad abitare a Lisbona, spinte dal desiderio di vivere in un paese dove ci sono leggi paritarie, ma si accorgono che le normative possono non bastare se la cultura non è pronta ad accogliere l`amore tra donne: «Siamo deluse», ammettono. Per chi è rimasta, tra i temi più approfonditi c`è il rapporto con la famiglia di origine. Toccanti le sequenze che ritraggono una madre e una figlia mentre ricostruiscono insieme il momento fortemente conflittuale del coming
out. C`è poi chi in famiglia tace, i parenti preferiscono non dire nulla,
avvolgendo di silenzi l`imbarazzo: «Sì, lo so, ma se non ne parliamo forse
è meglio”. Più sereno il racconto di una trentenne che rivela, tre anni dopo
il passaggio rovente dello svelamento, il desiderio della propria madre di diventare nonna: «So che posso contare su di te per un nipotino, ma vista la situazione dovresti andare all`estero». Molte riflettono sulla percezione dell`omofobia, e se sentono una migliore disposizione relativamente ai matrimoni gay avvertono resistenze rispetto al tema della fecondazione
assistita o dell`adozione. Un documentario che ha il sapore dell`inchiesta
capace di dare visibilità a storie, progetti, confronti che nei media troppo spesso non trovano spazio. Nei titoli di coda i nomi di tutti coloro,
e sono tantissimi, che hanno prodotto il film.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.