Pietro D’Amico, magistrato calabrese 62enne, giovedì scorso si è fatto uccidere in una “clinica” svizzera all’insaputa della sua famiglia. Al suo fianco, l’organizzazione Exit Italia, «centro di studi e documentazione sull’eutanasia», cui era iscritto dal 2007 e che fra i consiglieri ha Silvio Viale, segretario dei Radicali italiani.
La madre di tutte le Exit è stata fondata da Philip Nitschke, il “dottor morte” australiano che diffonde per il mondo le più efficaci pratiche eutanasiche (e cerca di aprire succursali delle sue cliniche). Grazie a una norma che legalizza l’assistenza al suicidio, la Svizzera è la meta preferita di chi vuole un aiuto per farla finita. D’Amico si è rivolto a Lifecircle-Etemal Spirit, ma nella Confederazione sono attive anche altre organizzazioni dedicate, come Dignitas, famosa per aver accolto suicidi noti (fra cui l’italiano Lucio Magri, cofondatore del Manifesto). Queste Onlus forniscono “informazioni” e “accompagnamento”, si occupano degli aspetti pratici e gestiscono le “cliniche”.
La malattia del richiedente, per legge, deve essere irreversibile, depressione compresa. Secondo da Exit, 30 italiani all’anno vanno a farsi “terminare” in Svizzera. Accompagnare qualcuno a farsi uccidere all’estero è però un reato nella maggior parte dei Paesi europei. Ma l’eutanasia non è per tutte la tasche: servono 7-8mila euro per gli stranieri, la metà per i residenti.
A hotel, fiale e scartoffie (oltre che al funerale) pensano le organizzazioni. Per le questioni legali invece ci sono consulenti specializzati a 200 euro all’ora. Poiché la volontà del richiedente deve essere inequivocabile, bisogna superare una serie di esami psicologici: li passa meno della metà dei candidati. A quel punto si mette in agenda l’appuntamento con la morte e si trascorrono almeno due giorni con lo staff della cinica, che si occupa di monitorare ogni segno di dubbio. Per morire, infine, il menu è a base di pasticche di antiemetico (dare di stomaco renderebbe l’operazione nulla) e una fiala con barbiturico e sonnifero. Si assicura un effetto pressoché immediato e indolore.
Come raccontano anche casi noti, le motivazioni per chiedere di morire sono diverse. Il New England Journal of Medicine, ad esempio, ha appena pubblicato i risultati di un programma di suicidio assistito – «Death for Dignity Program» – in un Centro di Seattle per malati di cancro. Il programma è risultato ben accetto da pazienti con diagnosi terminali e dalle loro famiglie, anche se metà di essi non lo ha poi seguito. Il partecipante medio è maschio, bianco e istruito. Le motivazioni per prendere parte al percorso eutanasico sono state per il 97,2% la perdita di autonomia, per l’ 88.9% l’incapacità di prendere parte ad attività e per il 75% la perdita di dignità. Un terzo dei partecipanti monitorati ha aspettato però sei mesi prima di ingoiare la fialetta prescritta.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.