Italiane o straniere non fa differenza. Nel nostro Paese cresce la richiesta di diagnosi sullo stato di salute del feto. Per evitare che nasca malato
Nel nostro Paese, sia tra le donne italiane sia tra le straniere, cresce la consapevolezza dell’importanza di una diagnosi prenatale invasiva per accertare che il feto non abbia malattie genetiche. In caso di esito "positivo" molte di loro decidono di abortire, anche perché spesso in pericolo è la loro stessa vita.
I dati parlano di almeno una donna su tre che oramai ricorre all’amniocentesi, nonché di un aumento notevole della diagnosi anche tra le under 30 (che in teoria corrono meno rischi), e sono stati resi noti all’ultimo congresso della Società italiana di diagnosi prenatale e medicina materno fetale. Viste le difficoltà di accesso alle tecniche più progredite di Interruzione volontaria di gravidanza (Ivg), in primis la pillola Ru486 il cui commercio in Italia è ancora vietato (nonostante quanto predisposto dalla legge 194/78), left ha chiesto un parere a Giovanna Scassellati, responsabile del reparto Ivg al San Camillo di Roma, e a Mirella Parachini della direzione dell’Associazione Luca Coscioni e presidente Fiapac (Federazione internazionale degli operatori professionisti di aborto e contraccezione). «Se guardo alla casistica del mio ospedale, dove nel 2008 le Ivg sono state oltre 2.400 – nota Scassellati – dico che l’80 per cento delle donne esegue la diagnosi prenatale. Una percentuale che comprende anche le straniere». E questo è senza dubbio un dato positivo. Grazie allo studio del Dna si può infatti indagare su numerose malattie genetiche tra cui la fibrosi cistica, le distrofie muscolari e la sordità congenita ereditaria. A questo tipo di informazione è direttamente legata, nella gran parte dei casi, la decisione la commercializzazione di un farmaco grazie al quale il travaglio abortivo durerebbe molto meno di quello che si verifica con la tecnica chirurgica. Lo stop alla Ru486 equivale in pratica a costringere uno specialista a operare senza bisturi.
Ed è una cosa tanto più disarmante se si pensa che in tutti i Paesi sviluppati questo medicinale è utilizzato da anni», conclude Scassellati. Non meno sconcertata è Mirella Parachini: «Gli aborti terapeutici (che per legge si possono eseguire sino al sesto mese di gravidanza, ndr) sono veri e propri mini parti, perché per concludere la gravidanza bisogna indurre un travaglio facendo contrarre l’utero con le prostaglandine». Un percorso dolorosissimo e che può durare diversi giorni. «Se si potesse usare la Ru486 – spiega Parachini – i tempi di stimolazione con le prostaglandine sarebbero letteralmente dimezzati. Come del resto dimostra tutta la letteratura scientifica». E invece lo stop istituzionale alla procedura di commercializzazione (vedi left N.25/2009) impedisce alle donne che vivono nel nostro Paese di usufruire di un sussidio terapeutico disponibile in quasi tutto il mondo da decenni. L’idea infondata è che la pillola rispetto all’aborto chirurgico «banalizzi» la questione. Un’idea direttamente mutuata dai discorsi di qualche vescovo e di cui la più strenua paladina è la sottosegretaria al Welfare Eugenia Roccella. «Costoro annullano completamente il fatto che ogni donna è in grado di decidere per se stessa e deve essere libera di farlo», commenta Parachini. «Peraltro la guerra alla Ru486 deriva da una "mutazione" tattica adottata dalle crociate antiabortiste a livello mondiale: l’attacco si è via via spostato sul terreno della metodologia, e nel mirino dei vari Giuliano Ferrara è finito l’aborto farmacologico. Potrebbe sembrare una "concessione" a quello chirurgico ma in realtà è solo un diversivo. L’obiettivo di costoro – conclude la presidente Fiapac – è la legge 194 e con essa la libertà di ogni donna di prendere una decisione in autonomia».