La zona grigia tra vita e morte

Angelo Panebianco

Approvato nel marzo scorso dal Senato, il disegno di legge sul fine vita dovrebbe approdare alla Camera entro qualche settimana. Il testo varato dal Senato risente pesantemente dei violenti scontri ideologici esplosi a febbraio, in occasione della tragica conclusione della vicenda di Eluana Englaro.

La scelta di interrompere, in ottemperanza a una sentenza di tribunale, l’alimentazione artificiale alla Englaro spaccò il Paese in due, diede luogo a una contrapposizione feroce fra due visioni (su questo punto è già intervenuto sul Corriere della Sera Giovanni Sartori), due concezioni della vita e della morte, e del diritto di ciascuno (rivendicato dagli uni, negato dagli altri) a decidere della propria morte. Oggi, a distanza di mesi, placate (ma fino a quando?) le passioni ideologiche, sembra essersi aperto uno spazio di manovra per uscire dal cul de sac in cui la vicenda Englaro aveva sospinto il Paese. Un certo numero di deputati del Popolo della Libertà (molti dei quali vicini al presidente della Camera Gianfranco Fini) ha mandato una lettera aperta al presidente del Consiglio, pubblicata dal Foglio (23 settembre), proponendo una revisione del testo approvato dal Senato. Si chiede che la legge si limiti a fissare dei paletti, ad affermare principi generali (il rifiuto sia della eutanasia che dell’accanimento terapeutico) abbandonando però «l’iper-regolamentazione giuridica» che caratterizza l’attuale testo. Si tratta, dice la lettera, di fare una legge ispirata alla «persuasione che il rapporto con la malattia, con le cure e con la morte (…) appartenga a uno spazio personale di cui la legge può prudentemente fissare i confini "esterni" ma non i contenuti "interni", che sono interamente affidati alle relazioni morali e professionali che legano il malato al suo medico e ai suoi congiunti». Questa lettera, portando alla luce il disagio di alcune componenti della maggioranza, ha riaperto una discussione che sembrava ormai chiusa. Per capire i termini della questione occorre fare uno sforzo di immaginazione, fingere che sulla vicenda non pesi, come invece pesa, la «politica».

 Per politica intendo cose come la preoccupazione del governo di garantirsi, tramite la legge sul fine vita, un solido rapporto con la Chiesa, la fronda di Gianfranco Fini all’interno del Pdl, l’interesse dell’opposizione ad allargare le divisioni nella maggioranza, i conflitti, che fanno da sfondo a tutta la vicenda, fra clericali e anticlericali, fra berlusconiani e antiberlusconiani, eccetera. Conviene mettere in parentesi tutto ciò e ragionare solo sulla questione del fine vita. Un buon punto di partenza può essere la teoria (che ha apparentemente poco a che fare col tema) formulata dall`economista Friedrich von Hayek sul rapporto fra la conoscenza e il mercato. Per dimostrare che i sistemi di mercato sono superiori ai sistemi di pianificazione Hayek sostenne che i pianificatori falliscono sempre per difetto di conoscenza. E pianificatore centrale, nonostante i suoi deliri di onniscienza, difetta delle conoscenze «localizzate», relative alle specifiche situazioni «locali», sempre diversissime le une dalle altre, in cui sono quotidianamente coinvolti gli attori economici (produttori e consumatori) e che solo essi possono conoscere. Da qui la superiorità dei sistemi economici decentrati (di mercato) rispetto ai sistemi economici pianificati. Applichiamo la teoria al tema del fine vita. Le situazioni estreme con cui si confrontano i medici sono fra loro diversissime: dal punto di vista clinico e dal punto di vista del rapporto con ciascun paziente, i suoi familiari, eccetera. L’altissima variabilità delle situazioni rende la legge (l’equivalente del pianificatore centrale di Hayek) uno strumento inadatto a regolamentare nel dettaglio i casi: una disposizione di legge che va bene per un caso non va bene per un altro. Da qui la necessità che (come, tacitamente, si faceva prima che il tema venisse politicizzato) sia lasciato spazio alla discrezionalità e al giudizio del medico, in accordo col paziente o con i suoi familiari, sul caso singolo. Perché solo la conoscenza che essi (e non la legge) hanno del caso singolo, può permettere di fare le scelte più appropriate, di muoversi nel modo migliore nel terreno accidentato che separa l’eutanasia da una parte e l`accanimento terapeutico dall`altra. A febbraio, deplorando la politicizzazione del tema che il caso Englaro aveva provocato, chi scrive si espresse sul Corriere (9 e 23 febbraio) a favore del mantenimento di una «zona grigia» da preservare contro le intrusioni dello Stato (e la violenza che sui casi singoli quella intrusione avrebbe sicuramente provocato). La si chiami zona grigia o in un altro modo, di questo si tratta.

Il problema è evitare «l’iper-regolamentazione giuridica». Come sostengono, giustamente, gli estensori della lettera sopra citata. C’è però una possibile obiezione. L’ha formulata l’on. Alfredo Mantovano, sostenitore dell’attuale testo di legge. Dice Mantovano (sul Foglio, 25 settembre): attenzione, il caso Englaro è nato da sentenze della magistratura, ideologicamente orientate, che forzavano le leggi vigenti nella direzione dell’eutanasia. Lasciare discrezionalità e decisione ai medici e ai familiari significa, in realtà, rimettere nelle mani dei giudici le scelte ultime in tema di vita e morte. Se non vogliamo che siano i giudici a decidere, deve essere il Parlamento a farlo. La preoccupazione di Mantovano è legittima. Osservo però che egli manifesta una eccessiva sfiducia nella capacità di auto-organizzazione della società (riferita in questo caso, al rapporto fra medici e pazienti). Il ricorso al giudice ci sarebbe solo nelle situazioni in cui quella capacità di autorganizzazione venisse meno. Per ogni singolo caso che approdasse in tribunale ce ne sarebbero moltissimi altri che non ne avrebbero bisogno. Che poi ci siano settori della magistratura che spesso pretendono di legiferare sostituendosi al Parlamento è vero ma è un problema generale, che di sicuro non riguarda solo la questione del fine vita. Visto che una legge sembra a questo punto necessaria, che almeno essa sia il più possibile «liberale». Intendendo per tale una legge che lasci alle persone spazi di autonomia «dallo Stato» e che scommetta sulla responsabilità degli informati e competenti sul caso singolo. Accettando anche quelle possibilità di errore che, come sempre nelle umane cose, accompagnano la responsabilità e la libertà.