La strana guerra d’America divisa dalle bollicine – La guerra delle bollicine

La Repubblica
Massimo Vincenzi

New York. Frank Morano ride felice mentre versa secchiate di Coca Cola dentro un bicchierone da mezzo litro in una sorta di festa liberatoria. Brinda alla sconfitta di Michael Bloomberg, il sindaco di New York che vuole ridurre per legge la taglia alle bibite gassate e che è appena stato fermato dalla decisione di un giudice. Questo italo americano proprietario di una pizzeria a Prince Street troneggia sulla prima pagina del Post e spopola nei dibattiti su FoxNews, simbolo vivente dell’ultima battaglia che divide gli Stati Uniti: ovvero la crociata contro le bevande tutte zuccheri e bollicine e quelle energetiche (diverse, ma unite nel comune destino). Una sfida per molti versi simile alla lotta contro il fumo. Dove si mischiano sentenze, avvocati, ricerche scientifiche, medici, mamme, bambini, uomini politici, grandi società e mass media. Come per le sigarette anche qui si parte dai numeri. Che però non hanno ancora assunto il crisma dell’ufficialità al cento per cento, dando così la possibilità alla difesa (i produttori) di uscire dall’angolo. Gli ultimi dati però sembrano un colpo da ko. Lo studio presentato martedì sera dall’American Heart Association dice che sono 180mila i morti all’anno riconducibili all’assunzione di bevande ad alta presenza di zucchero (e bollicine). «Significa che uno ogni cento, deceduto per patologie collegate con l’obesità, è imputabile a queste abitudini alimentari», spiega uno dei ricercatori, Gitanjali Singh, alla Cnn. In questa classifica il Messico è al primo posto, gli Stati Uniti al terzo. I capi d’accusa sono pesanti. Il consumo porta le persone ad ingrassare velocemente e questo ovviamente alza di parecchio il rischio di molte malattie: diabete, infarti, ictus e via tristemente elencando. E poi ancora: il corpo non si sente sazio quando le beviamo e così ne prendiamo molto più del necessario. Quello che colpisce è il rapporto diretto (indicato dagli scienziati) tra queste patologie e l’abuso: «Una dieta sana prevede 150calorie di zucchero, in un solo bicchiere di queste bibite ce ne sono 140». Matematica. La risposta dell’American Beverage Association (che raccoglie tutti i più grandi marchi) è immediata: «Sono sciocchezze non c’è niente di scientifico, sono solo suggestioni. C’è un salto illogico nell’attribuirci colpe in malattie così diverse, definite peraltro dallo stesso studio come croniche». Sciocchezze, ma piuttosto ben documentate. Visto che la ricerca ha incrociato i dati di 114 paesi, migliaia di pubblicazioni mediche e riscontri sul campo. Numeri, ancora numeri: in America Latina sono 38mila i decessi imputabili alle bevande zuccherate, negli Stati Uniti 25mila.Ovvio che non piacciano ai produttori, da tempo impegnati a fronteggiare il vento contrario, che ha portato anche un calo dei profitti (soprattutto nei paesi più sviluppati). Diverse le strategie. Alcuni provano a cambiare i prodotti, come fa la Coca Cola che ora lancerà Fruitwater una bevanda alla frutta (senza frutta) con zero calorie. Altri preferiscono lo scontro frontale, come con Bloomberg, l’altro volto simbolo di questa battaglia. Contro di lui, aerei con slogan pubblicitari in volo su Coney Island, cartelloni nella metropolitana e infine, ben più decisiva, un’azione legale. È in seguito ad un ricorso delle società produttrici infatti che il giudice di New York, Justice Milton ha fermato in extremis la norma voluta dal sindaco “baby sitter” (come lo chiamano gli oppositori), definendola: «Arbitraria e capricciosa». Ed è come se il timbro legale avesse tolto i freni inibitori. I comunicati dell’American Beverage Association trasudano gioia ad ogni riga: «Tiriamo un sospiro di sollievo, sono stati messi in salvo posti di lavoro e soprattutto la libertà di scelta dei cittadini americani». Sui canali Fox sfilano tanti Frank Morano esultanti: «Paghiamo fior di assicurazioni sulla salute, non ècompito del sindaco impedirci di goderci gli adorabili bottiglioni di Coca e Pepsi con la pizza alla sera». In studio tecnici che brindano mostrando i loro megabicchieri. Lo stesso fa la candidata sindaco Christine Quinn che alla Cnn, maneggiando il classico contenitore di carta, si dice contraria alla norma dimagrante: «Ammiro la sua lotta per migliorare la salute, ma penso che in materie come queste, la proibizione scateni effetti contrari e alla gente venga voglia di berne di più». E secondo un sondaggio del New York Times il 60% dei newyorchesi la pensa come lei, come la maggioranza degli opinionisti: «Ha ragione lui quando parla di regolare la vendita delle armi o di vietare le sigarette, ma qui siamo in un campo completamente diverso. Qui centra la libertà degli individui, lo Stato si deve fermare davanti a questa soglia»: scrive l’Huffington Post riassumendo il tono delle critiche. Uno dei pochi a difendere il sindaco, raffigurato anchecome Mary Poppins (nel ruolo di politico/balia) è Mark Bittman scrittore e columnist del New York Times: «Sarei stato molto orgoglioso se la mia città fosse stata all’avanguardia nell’affrontare un problema grave come questo». Per quelli che la pensano come lui resta la speranza nelle parole di Bloomberg, visibilmente irritato e abbattuto, nella conferenza stampa dopo la sentenza: «lo non mi arrendo. Continuerò la mia lotta per tutelare la salute dei nostri figli e dei cittadini. Vedo in giro tanta ironia, ma quando parliamo di obesità parliamo di una malattia seria. Non c’è da scherzare, riguarda la nostra vita». E la battaglia continua. Nelle sfide politiche e nei piccoli gesti quotidiani come quello di una nutrizionista del Connecticut, Deborah Kennedy, finita sua malgrado nel centro della polemica. Lei pubblica sul suo sito un decalogo dove invita i genitori a tenere lontani i bambini dagli energy drink, ovvero tutte quelle bevande a base di caffeina che contendono il ruolo di buone e dannate alle sorelle supergassate. Ma la lettera aperta finisce sulla scrivania dei manager della Monster Energy (una delle regine del mercato) che mandano subito alla donna una pesante ingiunzione legale minacciandola di sanzioni se non avesse tolto il manuale e corretto il tiro. Nervi da battaglia, appunto. «Da mesi siamo sotto attacco e le nostre azioni hanno perso quasi il 40% del valore negli ultimi tempi. Noi ci dobbiamo tutelare»,dicono i portavoce della società. E nella strategia di difesa, come racconta il New York Times, c’è soprattutto quella di un bel maquillage: via dall’etichetta la definizione di “integratore alimentare”, sostituito da un ben più semplice”bevanda”.Questo per evitare di doversi sottoporre ai rigidi controlli previsti dalla Food and Drug Amministration e allentare così la pressione. Impresa non facile, visto che proprio martedì diciotto importanti medici hanno scritto una lettera all’agenzia che vigila sulla salute per sensibilizzare il governo sui rischi che corrono gli adolescenti quando abusano di queste bevande: «Gli ultimi studi dimostrano che il consumo eccessivo nei ragazzi di energy drink li sottopone a rischi elevatissimi di malattie cardiovascolari». Ed è ancora la Fda a notare come siano sempre più in aumento le segnalazioni di malattie o malori legati a queste bibite: da ottobre almeno 38 casi sono stati segnalati e dal 2007 al 2011 siamo passati da 10.068 a 20.733. Numeri che sono anche facce, come quella di una ragazzina di 14 anni morta per un infarto e per la quale adesso i genitori chiedono giustizia proprio alla Monster Energy. «Non possiamo essere accusati di quanto è accaduto. Anche se per venire incontro alle esigenze dei consumatori da qui in avanti metteremo le quantità di caffeina nelle etichette dei nostri prodotti», ripetono i legali della società. La battaglia continua. Un senatore del Connecticut e alcuni avvocati sono scesi al fianco di Deborah Kennedy per difenderla dall’aggressione legale. Su Facebook e Twitter molti la paragonano a Erin Brockovich, lei si limita a dire: «Penso che i bimbi delle elementari non debbano bere energy drink. La salute è più importante di tutto». La forza della semplicità che forse porterà lei a brindare (con un bicchier di vino) sulla prossima prima pagina del Post.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.