Il prossimo 20 giugno la Corte Costituzionale si occuperà di aborto, esaminando la validità dell’articolo 4 della legge 194 del 1978, quello che riguarda le circostanze che legittimano l’interruzione di gravidanza.
Il caso in esame riguarda una ragazza minorenne ed è stato sottoposto alla Consulta da un tribunale, ma le conseguenze della decisione potrebbero avere valore per l’intera impostazione della legge che regola in Italia l’interruzione della gravidanza.
Dalla rete, dai movimenti femminili e sui social network si è scatenato un tam tam a difesa della 194.
Per il giudice che ha sottoposto il caso alla Consulta, l’articolo 4 è illegittimo perché violerebbe gli articoli 2, (diritti inviolabili dell’uomo) e 32 primo comma (tutela della salute) della Costituzione, rappresentando una possibile lesione del diritto alla vita dell’embrione, in quanto uomo in fieri. E questa, scientificamente, non sarebbe una novità rispetto alla ratio della legge (anche allora l’embrione era un essere umano in fieri) fortemente voluta dalle donne e che in oltre 30 anni è stata difesa da numerosi attacchi.
Il vero problema emerso negli ultimi anni è quello dello scontro tra diritti prioritari. Troppi e tutti da considerare. Quello della salute della donna (prima della legge la mortalità per aborti clandestini, in un Paese cattolica, era altissima), quello dell’embrione e quello dei medici obiettori di coscienza in crescita.
Infatti la legge ha nell’obiezione di coscienza un evidente ostacolo applicativo. Ginecologi e personale sanitario che rifiutano di prestare la loro opera a donne che richiedono di poter abortire. Ponendo in forse l’applicazione di una legge dello Stato, o comunque complicandone l’attuazione.
Fino alla possibilità che le Regioni con i servizi inadempienti debbano rimborsare interventi effettuati altrove o all’estero. E’ il quadro dipinto dalla «Relazione sull’attuazione della 194 del 1978» presentato in Parlamento: i ginecologi obiettori sono passati, a livello nazionale, dal 58.7% nel 2005 al 69.2% nel 2006, al 71.5% nel 2008. E gli anestesisti, parallelamente, dal 45.7% al 52.6%. Il personale non medico dal 38.6% al 43.3%.
Le percentuali di obiettori, tra personale medico e non, sono più marcate al Sud rispetto alla media nazionale. Tra i ginecologi l’obiezione raggiunge l’85.2% in Basilicata, l’83.9 in Campania, l’82.8 in Molise e l’81.7 in Sicilia. Tra gli anestesisti, il 77.8% in Molise, il 77.1 in Campania ed il 75.7 in Sicilia. Tra il personale non medico arriva all’87% in Sicilia e all’82 in Molise. Addirittura esistono aziende ospedaliere prive dei reparti per l’interruzione della gravidanza, visto che risulta obiettrice la totalità del personale. E questo nonostante la legge preveda espressamente che l’ente ospedaliero si faccia comunque carico di provvedere alla richiesta della donna che intende abortire. Il rischio illegalità è dietro l’angolo. Molti i casi, di conseguenza, finiti in Tribunale. Quello più grave ed emblematico si è verificato a Messina, dove è stato chiesto il rinvio a giudizio per un medico di guardia del reparto di Ostetricia e Ginecologia del Policlinico che si sarebbe rifiutato di assistere una donna che aveva richiesto un aborto terapeutico programmato per le gravi malformazioni del feto. Giunto il momento delle contrazioni, nessuno sarebbe intervenuto a prestarle soccorso. Tutti obiettori. E la donna abortì, da sola, nel bagno della sua stanza in ospedale. Attenzione quindi ad un altro aspetto che riguarda la deontologia medica, il giuramento di Ippocrate: l’obbligo di prestare soccorso. Il buon Samaritano della parabola aiutò chi non avrebbe, per ideologia, dovuto aiutare: ma prima di lui gli altri non lo fecero.
Ma che cosa accade nel mondo laddove non esiste un’attenzione e una regolamentazione in materia? In India fino a 20 milioni in un anno di neonati femmine vengono uccisi dopo nati perché i troppi figli costringono all’eliminazione (e le femmine non sono considerate come i maschi). Se non sono uccise, vengono poi “vendute” dai padri padroni come giovani spose o come amanti. In Cina era lo stesso prima della legge che poneva tasse sui figli in più dopo il primo.
E nell’Italia pre legge sull’aborto? Dilagavano mammane e cucchiai d’oro (aborto a pagamento e senza pagare le tasse) e se proprio il figlio nasceva e la madre non poteva proprio farcela ad accudirlo o non voleva che si sapesse c’erano le Ruote, gli orfanatrofi, dove abbandonare il fagottino. O, se il bambino nasceva con gravi handicap o malformazioni, vi erano istituti appositi dove far sparire lo stigma. Peggio ancora, la Corte dei miracoli parigina insegna, questi piccoli venivano venduti a chi poi avrebbe speculato sulle loro deformità. Oggi per fortuna tutto ciò è illegale perché si attuano finalmente i diritti dell’uomo e gli aborti clandestini (e a pagamento) sono un reato (pur risultando in aumento) e le Corti dei miracoli non esistono più. Nessuna madre poi abbandonerebbe un figlio ad un orfanatrofio se non costretta da motivi irrisolvibili. Il che non giustifica l’aborto ma pone molte riflessioni.
Chiedere di abortire per una donna non è certo una cosa semplice e anche di questo occorre tener conto quando si arriva a fare una richiesta del genere. Se forse se lo Stato o i tanti obiettori aprissero un fondo per aiutare economicamente le mamme, i precari, o le giovani coppie, non in grado di mantenere il proprio figlio si eviterebbe realmente un’alta percentuale di aborti.
Chissà?
Un ultimo aneddoto riguarda uno degli ospedali americani più noti al mondo:la Majo Clinicdi Rochester. Fondato dalle suore francescane, nel momento di decidere se fare o meno l’aborto in quella zona sperduta del Nord degli Stati Uniti, la pragmatica decisione fu quella di acquistare l’ospedale presbiteriano che praticava l’aborto. E così, decenni fa, anche la Majo si adeguò.
Gli aspetti in campo sono tanti e spesso si dimenticano le motivazioni che hanno spinto i legislatori a fare leggi a tutela delle donne.
In fin dei conti il vero problema è difendere la libertà di scelta.