Dove non è arrivato il referendum potrebbe arrivare il tribunale civile. Sul banco degli imputati siedono le norme sulla fecondazione assistita, messe all’indice da due coniugi cagliaritani. La richiesta è di quelle destinate a fare rumore: perché, almeno all’apparenza, va contro la legge 40. Quella per la quale era stato istituito il referendum un mese fa.
Il sostituto procuratore Mario Marchetti ha presentato una memoria al tribunale: chiede che il giudice obblighi la Asl 8 e il primario di Ostetricia del Microcitemico Giovanni Monni a eseguire la diagnosi preimpianto su un embrione che sarà trasferito in un utero. Un metodo vietato dall’attuale legge. La vicenda è quella dei due coniugi che, dopo alcuni tentativi di dar vita a un figlio, decidono di ricorrere alla fecondazione assistita. Nel 2004 la donna, 35 anni, rimane incinta. Dopo dodici settimane però scopre che il feto è malato. Seguono due raschiamenti e cure psichiatriche. Decide di sottoporsi a una nuova fecondazione; dei tre ovociti prelevati solo uno viene fecondato. Dopo la precedente esperienza la donna vuole sapere se sarà sano o malato. Il medico che la assiste, Giovanni Monni, non può fare nulla per scoprirlo: la legge 40 vieta qualunque intervento sull’embrione umano. Ma la donna non vuole rischiare e decide di rivolgersi a un legale. L’embrione viene congelato mentre l’avvocato Luigi Concas presenta un ricorso al tribunale civile per un provvedimento di urgenza che consenta la diagnosi preimpianto.
A questa richiesta si associa ora quella del pm Mario Marchetti. Il magistrato ha depositato il suo “parere obbligatorio” sulla vicenda. E le conclusioni seguono una strada opposta a quella prevista dalla norma. Sono due le soluzioni prospettate da Marchetti: in prima analisi il tribunale civile dovrebbe accogliere il ricorso dei due coniugi, ordinando alla Asl 8 e al primario di eseguire la diagnosi preimpianto sull’embrione; secondariamente il giudice potrebbe dichiarare rilevante l’eccezione di legittimità costituzionale tra la legge 40 e agli articoli 2, 3 e 32 della Costituzione, sospendendo il giudizio e rinviando gli atti alla Corte Costituzionale. Il motivo che ha spinto il magistrato a formulare queste richieste è racchiuso nelle numerose contraddizioni della legge 40. Che se da un lato vieta qualunque intervento sull’embrione, dall’altro ammette la ricerca clinica e sperimentale eseguita per ragioni terapeutiche e diagnostiche che tutelino la salute e lo sviluppo dell’embrione. In questo caso la diagnosi non dovrebbe avere alcun limite. Soprattutto se a richiederla fosse una coppia legittimata a conoscere lo stato di salute dell’embrione. Ma il decreto ministeriale del 22 luglio 2004 (detta le linee guida sulla procreazione assistita) afferma che le tecniche diagnostiche debbano essere solo di tipo “osservazionale”, cioè non così invasive da compromettere la salute e il possibile sviluppo dell’embrione. Ma secondo il pm altre tecniche devono essere consentite quando, per esempio, sia a rischio la salute della donna. Magari a causa di una malattia fisica o mentale, legata forse a un grave stress psichico indotto dal timore che l’embrione da impiantare sia malato. Esattamente come in questo caso.
La legge 40: il referendum vince in tribunale
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