Intervista: “Così mia madre si offrì di partorire il figlio che io non potevo avere”

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La Repubblica
Caterina Pasolini

Io l’utero in affitto non l’avrei scelto mai. So cosa significa essere incinta, non mi piace  l’idea di pagare una sconosciuta che poi deve separarsi da chi ha portato in grembo per nove mesi. Ma ho avuto una mamma straordinaria: quando mi hanno tolto l’utero negandomi ogni possibilità di avere un bambino, si è offerta lei di aiutarmi, di fare da madre surrogata, da culla per quello che sarebbe diventato suo nipote». Novella, ostetrica napoletana, racconta la sua storia dopo il caso della coppia milanese appena assolta.

Esperienza complicata e rara, la sua. «Nella nostra famiglia i ruoli sono apparentemente confusi: c’è chi ci ha visto del male, qualcosa di torbido, ma per noi è invece stato sempre tutto chiaro». La nonna che partorisce la nipote, non le pare contro natura? «No, la nostra è semplicemente la cronaca di un amore famigliare e materno. In tutti i sensi. Materno perché io, che di mestiere faccio nascere bambini come ostetrica in ospedale, ho sognato per anni inutilmente con mio marito un figlio tutto nostro. Materno perché mia madre, quando mi hanno operata rendendomi sterile, non ci ha pensato due volte nonostante avesse più di quarant’anni pur di aiutarmi ad avere una famiglia».

Non ha temuto un pasticcio di legami o sentimenti? «No, l’embrione ottenuto con la fecondazione assistita era frutto mio e di mio marito. Mia madre era quello che è sempre stata: una donna coraggiosa e altruista, accogliente, che ospitava dentro di sé il nipote per farlo nascere. E per legge eralegittimo, la legge 40 che vieta la maternità surrogata è arrivata un anno dopo, nel 2004».

Sempre stata sterile? «No, mi sono sposata giovane, a ventitré anni sono rimasta incinta. Ma il giorno del parto tutta la mia vita è cambiata: distacco della placenta, complicazioni. A me salvano la vita, ma la bambina muore. Mi operano, togliendomi la possibilità di diventare madre».

E fine delle speranze. «In teoria si, ma nell’ospedale dove lavoroc’èuncentro per la fertilitàetrauna chiacchiera e l’altra i medici mi raccontano di donne che in America e in Inghilterra hanno partorito embrioni concepiti da altre coppie. Alcune le ho incontrate in ospedale, anche loro con madri e sorelle pronte a prestare il loro corpo».

Lo ha chiesto a sua madre? «No, ci ha pensato lei. E una di quelle donne concrete, dirette, quando mi hanno tolto l’utero mi ha semplicemente detto: io ci sono, sarò quello che non hai perché cresca e nasca il tuo bambino».

Favorevole all’utero in affitto? «Io sono contraria a pagare una sconosciuta, ma penso che lo Stato dovrebbe consentire tra madri e sorelle come accade in altri Paesi, di darsi un aiuto quando la natura ti strappa ogni speranza di diventare mamma. Se avessi avuto problemi ai reni, mia madre mi avrebbe dato il suo. Che differenza c’è?».

Come è andata? «Per quattro volte hanno impiantato nell’utero di mia madre gli embrioni, una gravidanza arriva alla settima settimana, poi un nuovo tentativo, una speranza che dura qualche mese. Ma l’ha perso, nonostante le cure, i bombardamenti di ormoni. E io ci ho rinunciato, anche se mia sorella era disponibile a provarci essendo più giovane. La vita ha deciso diversamente per me. Ma se tra parenti ci si può aiutare, lo Stato dovrebbe consentirlo. Per amore, non per denaro».

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.