«E’ frutto di ignoranza, di superficialità o peggio di malafede porre sullo stesso piano l`eutanasia e la desistenza da cure inappropriate per eccesso, come purtroppo si è visto fare in queste ore. Questa campagna di grave disinformazione non solo è lesiva di un comportamento virtuoso da parte di tanti medici intensivisti, ma impedisce lo sviluppo di una corretta discussione su temi tanto delicati e sensibili all`interno della società civile». Non usa mezzi termini Silvio Garattini, direttore del «Mario Negri» di Milano. Il prestigioso istituto di ricerche farmacologiche è stato infatti tirato in ballo ieri dai radicali dell`Associazione Luca Coscioni per lanciare la campagna di legalizzazione dell`eutanasia con il video di una donna veneta, malata terminale, che s`è fatta uccidere in un centro specializzato in Svizzera accompagnata dal dirigente radicale Marco Cappato (che è anche consigliere comunale a Milano). Oggetto dell`indignazione dell`istituto milanese è una ricerca, «Scelte sulla vita», pubblicata nel 2005 a cura di Guido Bertolini, responsabile del Giviti (Gruppo italiano per la valutazione degli interventi in terapia intensiva) coordinato dal proprio Mario Negri. La ricerca, condotta in 84 reparti di terapia intensiva italiani, è stata ieri citata a sproposito dai radicali per avallare la tesi che nelle rianimazioni italiane si pratichi l`eutanasia clandestina, argomento principe per la legalizzazione. «I dati di quella importante ricerca-ribatte duramente Garattini – sono stati riportati in maniera distorta e scorretta, travisando completamente la loro portata e il loro significato». In serata i radicali, colti in flagrante, hanno cercato poi di uscire da una situazione di grande imbarazzo parlando di «malinteso» ma senza mollare sul punto dell` asserita «eutanasia clandestina». Cosa dimostrava dunque «Scelte sulla vita»? Il 62% citato dai radicali non si riferisce all`eutanasia, men che mai nascosta, ma a quei pazienti terminali che non ricevono cure accanite e spropositate quando non c`è più nulla da fare (il 20% dei casi nelle terapie intensive) venendo invece supportati con un`adeguata terapia palliativi per accompagnarli in modo dignitoso alla fine della vita. In questi casi, infatti, i trattamenti intensivi «hanno l`unico effetto – afferma ancora Garattini – di prolungare di giorni o settimane l`agonia del paziente. Diviene allora doveroso desistere dalle cure massimali e mettere in atto quegli interventi, come il controllo del dolore, ma anche il sostegno psicologico e sociale ai parenti, che sono dovuti ai malati nell`ultima fase della vita». Una questione di dignità, prima di tutto: altro che eutanasia. Per il direttore del Mario Negri, infatti, «porre limiti ai trattamenti intensivi, cioè a manovre abitualmente attuate con finalità terapeutica, nei pazienti senza alcuna speranza di sopravvivenza è in linea con i più autorevoli documenti in materia, dalla Convenzione di Oviedo al Codice di deontologia medica, ai documenti del Comitato nazionale di bioetica e delle Società scientifiche nazionali e internazionali».

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.