
E’ difficile resistere all’impulso che porta ad attribuire un valore simbolico alle fiamme che hanno distrutto la Città della Scienza a Napoli. Un incendio – quasi sicuramente di origine dolosa – ha bruciato in poco tempo i padiglioni che ospitavano un museo della scienza interattivo, un incubatore per nuove imprese dell’alta tecnologia, una scuola di alta formazione, un centro congressi. Ma la furia distruttrice di quel fuoco è come se ci ricordasse drammaticamente tutte le difficoltà di far emergere e consolidare un Mezzogiorno moderno, legato all’innovazione e alla valorizzazione delle sue risorse. Le attività dello Science Centre di Bagnoli, nell’area dell’ex fonderia dell’Italsider, erano infatti una delle realizzazioni più avanzate, un simbolo, di un altro Mezzogiorno possibile. Evero, la storia di quest’iniziativa è stata lunga e travagliata, ma si era comunque arrivati a un risultato importante: un museo con 35omila visitatori all’anno (un numero straordinario per un museo del Sud), soprattutto ragazzi delle scuole che si avvicinavano al mondo della scienza, da sempre più lontano dall’esperienza formativa dei giovani meridionali. Ma anche attività formative e incubazione di imprese che testimoniavano la possibilità di legare le conoscenze scientifiche alla formazione di nuove imprese capaci di muoversi sul sentiero dell’alta tecnologia: una strada cruciale per lo sviluppo del Mezzogiorno. Se la pista dolosa che porta alla camorra verrà confermata, come sembra assai probabile, la distruzione della Città della Scienza diventa il simbolo dello scontro drammatico tra due percorsi che attualmente si fronteggiano nel Mezzogiorno. Da un lato, c’è la via dell’economia criminale, una strada segnata dalla penetrazione crescente che si è avuta in questi anni delle organizzazioni criminali nelle attività economiche delle regioni meridionali Di fronte alle difficoltà create dalla globalizzazione e dall’integrazione europea, si fa sempre più strada il tentativo di trovare occasioni di reddito, di occupazione di mobilità attraverso le attività criminali. I dati mostrano che in molte zone del Sud settori sempre più consistenti dell’economia si riorganizzano all’insegna delle “alleanze nell’ombra” con la criminalità. E dalle basi meridionali si estende il pericoloso contagio al resto del paese. Dall’altro lato c’è il tentativo di percorrere la strada del mercato e del merito, di valorizzare risorse che pure ci sono nelle regioni del Sud. Risorse legate ai vantaggi naturali – il clima, il suolo – e a un saper fare antico sul quale innestare l’innovazione con l’aiuto della scienza, come in agricoltura e nell’agroindustria; e come nel patrimonio storico- artistico, che ha una consistenza in molti luoghi superiore a quella delle altre regioni del paese. Qualcosa si muove in questi campi sotto la spinta di una domanda internazionale favorevole. Ma accanto a queste risorse ce ne sono altre poco conosciute che l’episodio di Bagnoli contribuisce a ricordarci. L’università pubblica, con tutti i suoi difetti, ha avuto il merito di contribuire a diffondere anche nelle regioni meridionali risorse di conoscenza specializzata Nelle venti città del Mezzogiorno in cui ha sede un ateneo o una sezione delCnrsitrovail32%dei ricercato- ri italiani: Napoli è la terza città italiana per numero di professori e ricercatori universitari (3.200) e la seconda in Italia, dopo Roma, per ricercatori e tecnologi del Cnr (550 unità). Anche la qualità della ricerca che si conduce nelle università e nei centri del Mezzogiorno non è trascurabile sulla base degli indicatori valutativi. Le conoscenze specialistiche radicate in questi luoghi sono una grande risorsa potenziale per lo sviluppo del Sud perché possono contribuire a far crescere attività economiche innovative. È allora auspicabile che l’onda di sdegno suscitata dal rogo di Bagnoli non si esaurisca solo nella condanna della criminalità e nella richiesta – certo giusta e da sottoscrivere – di un intervento di prevenzione e repressione più efficace da parte dello Stato. L’impegno per la ricostruzione rapida della Città della Scienza dovrebbe diventare anche l’occasione per riaccendere i fari da tempo spenti sulla realtà del Mezzogiorno – basti pensare alla campagna elettorale appena conclusa. Questo significa anzitutto maturare una visione e una strategia. Guardare al Sud con occhi diversi da quelli del passato. Rendersi conto che per favorire l’innovazione non c’è bisogno della grande spesa pubblica, ma della capacità di produrre e difendere quei beni collettivi dai quali dipende la capacità di valorizzare le risorse locali che ci sono nel Mezzogiorno. La Città della Scienza era un bene collettivo: un’occasione per stimolare la cooperazione tra mondo della scienza e della ricerca e mondo produttivo, e per avvicinare le giovani generazioni alle conoscenze scientifiche. Il Sud ha bisogno non solo di ricostruire e difendere meglio di quanto non si sia fatto la Città della Scienza di Bagnoli, ma ha bisogno che ne siano promosse tante altre, tarate sulle specifiche esigenze dei diversi territori. Bisogna convincersi che lavia dello crescita basata sull’innovazione, per affermarsi nella sfida mortale con la via dello sviluppo criminale, richiede meno fondi pubblici di quanto in genere si creda. Richiede la capacità di spingere le classi dirigenti deiterritori a produrre quei beni collettivi – infrastrutture, servizi dedicati – dai quali dipende la valorizzazione delle risorse che ci sono e che sono in sintonia conia domanda internazionale di beni e servizi.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.