Giuseppe Maria Saba, il professore che ha dichiarato a l’Unione Sarda di aver “aiutato a morire un centinaio di pazienti gravi”, non ha confessato, come i quotidiani hanno detto in questi giorni.
Giovanni Saba ha semmai avuto il coraggio di parlare, di squarciare il velo della pietosa omertà italiana sul fine vita. Il ché non è una sottigliezza terminologica.
Il confessare indica il riconoscere le proprie colpe, esporre i propri peccati. Le parole di Saba mostrano invece l’assunzione piena di responsabilità, di quella coscienziosità che il legislatore respinge. È il professore stesso ad aver detto “Parlo ora perché non ne posso più del silenzio su cose che sappiamo tutti”, ossia dell’eutanasia clandestina che esiste ma non si vede, o meglio, non si vuol vedere.
Ogni anno nei reparti di terapia intensiva 20 mila malati terminali muoiono con l’aiuto dei medici, quasi sempre con l’assenso dei familiari. Sono i dati di uno studio del 2007 dell’Istituto Mario Negri di Milano. In Italia si registrano ogni anno 20 mila casi di eutanasia clandestina e il 67% dei malati terminali è accompagnato dal proprio medico», dicono dall’Associazione Luca Coscioni impegnata da anni in una battaglia politica e giuridica per la legalizzazione dell’eutanasia in Italia.
Il presidente di Exit Italia, Emilio Coveri, parla invece di «circa 40 telefonate alla settimana di persone disperate. Nei primi cinque mesi del 2014 sono almeno 14 le persone che si sono recate in Svizzera. E in 29 hanno fatto domanda di attivazione della procedura di morte volontaria assistita per i tre centri elvetici».
Da una parte il “made in Italy” della clandestinità, dall’altra la speranza di una “buona morte” in esilio dal proprio Paese. Di fronte a dati e a parole così incriminanti (per il legislatore) si può stare immobili, come tutti i partiti e il Governo Renzi stanno facendo, oppure si può seguire l’esempio olandese: avviare una grande indagine conoscitiva in tutti gli ospedali e le strutture di fine vita per conoscere la realtà del “come si muore in Italia”.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.