Gli scioperi della fame: una replica a Sergio Romano

In un articolo sul “Corriere della sera”, Sergio Romano prende spunto dal libro di Emma Bonino “I doveri della libertà” per discutere di due dei metodi storici di lotta politica dei Radicali italiani: la disobbedienza civile e lo sciopero della fame. Romano (per esigenze di spazio sono costretto ad una sintesi estrema dell’articolo) considera ammissibile la disobbedienza civile perché “le leggi non sono sacre” e “il cittadino che disobbedisce, ed è pronto a pagare il prezzo della sua disobbedienza di fronte a un giudice, non è un criminale”. Egli ritiene invece che il ricorso allo sciopero della fame – giustificato nel caso di Gandhi perché era “l’arma dei deboli contro il potente” – da parte dei Radicali non è accettabile perché quando un uomo politico “minaccia di usare il proprio corpo come un’arma letale e si dichiara pronto a morire pur di raggiungere il proprio scopo”, “di fatto trasforma la politica interna in un campo di battaglia”.

“Anche nel digiuno – scrive Romano – vi è potenzialmente il martire, vale a dire un personaggio estraneo alla logica dei conflitti democratici”. E aggiunge che i Radicali dovrebbero chiedersi se quando hanno vinto lo hanno fatto, come scrive la Bonino, “perché hanno saputo provocare un pensiero <altro>” o perché “il nemico” era impaurito dalla possibilità di apparire responsabile della loro morte. Se questa seconda è la risposta giusta – conclude Romano – “la parola ricatto mi appare appropriata”.
Quanto al riferimento a Gandhi, ovviamente nessuno pensa di paragonare la situazione dell’Italia a quella dell’India sotto il tallone degli inglesi, ma per un partito dell’uno o due per cento, sistematicamente censurato dall’informazione e mal sopportato dalle stesse forze politiche a parole “riformiste”, la difficoltà di far arrivare i propri messaggi ai cittadini/elettori è davvero immane, e qualsiasi strumento di lotta (non violenta) diviene perfettamente lecito. Ricordo – per fare un solo esempio – che nei lunghi mesi delle polemiche sul caso Englaro, I Radicali non ebbero mai accesso alle principali trasmissioni televisive, mentre a “Porta a Porta” si verificavano, con un ritmo che faceva sfigurare i record di Lourdes, una serie di miracolosi “risvegli” di malati in stato vegetativo permanente. E trovo singolare pensare che i democristiani “duri e puri” (per non dire dei gelidi capi del Vaticano) fossero così preoccupati per la salute di Marco Pannella e dei suoi compagni da concedere loro la vittoria rinunciando a combattere.
Nel dilemma che pone Romano sul perché delle vittorie dei radicali (aggiungo, visto che Romano non li cita: e dei socialisti) la risposta giusta è sicuramente la seconda, quella di Emma Bonino: l’essere riusciti a provocare un pensiero “altro” rispetto a temi di cui le gerarchie ecclesiastiche e la stragrande maggioranza delle forze politiche, che per convinzione o più spesso per opportunismo seguono le direttive del Vaticano, non vogliono nemmeno sentir parlare.
Qualsiasi cittadino democratico, progressista e laico (e Romano, dei cui articoli sono un fedele lettore, è certamente tale) dovrebbe ringraziare Marco Pannella, Emma Bonino ed i loro tanti compagni per gli innumerevoli e penosi scioperi della fame e della sete. Non solo grazie a quegli scioperi, infatti, ma certamente anche grazie ad essi l’Italia ha avuto – per citare solo le due principali conquiste nel campo dei diritti civili – il divorzio e l’aborto, ed i cittadini hanno capito l’importanza di quelle conquiste e le hanno difese, con risultati strabilianti, contro i due referendum abrogativi promossi dagli integralisti cattolici. Per venire ai nostri giorni, penso che gli scioperi della fame “di dialogo” effettuati da chi scrive a da altri militanti dei diritti civili abbiano avuto l’effetto di rallentare l’iter della oscena legge sul testamento biologico, che avrebbe introdotto in Italia “il sondino di Stato” e ci avrebbe ancor più allontanati, nel campo della bioetica, dai paesi europei comparabili con il nostro.
Ho lasciato per ultima l’accusa mossa da Romano al Partito Radicale, che “si è servito degli handicap fisici di alcuni fra i suoi più tenaci militanti per creare <il martire>”: una accusa grave e soprattutto infondata perché furono proprio quei militanti (da Coscioni a Welby) a volere, con piena consapevolezza, che la loro malattia fosse “usata” come arma di lotta politica, per arrivare (è lo slogan della associazione Luca Coscioni) “dal corpo del malato al cuore della politica”.

 

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