“La relazione del 2025 sulla legge 194 ancora non c’è ma i dati sì”

Legge 194 Mai dati

Chiara Lalli e Sonia Montegiove hanno effettuato un accesso civico alle Regioni e hanno ottenuto i dati del 2023, del 2024 e del 2025 (provvisori), mentre il Ministero ancora non pubblica la relazione dell’anno scorso (gli ultimi dati sono quindi del 2022)

La relazione del 2025 sull’applicazione della legge 194 non è ancora stata presentata al Parlamento. Sebbene la relazione sia sempre stata in ritardo rispetto a quanto stabilito dalla legge (prevista per il febbraio di ogni anno), questa volta il ritardo ha superato tutti i precedenti. L’ultima relazione è del 2024 con i dati definitivi del 2022. E quella del 2025 ancora non c’è anche se sarebbe già da pubblicare quella del 2026.

Perché questo ritardo senza precedenti? Certamente non perché i dati non sono a disposizione del Ministero della salute, che ha ricevuto quelli relativi al 2023 addirittura un anno fa, il 20 febbraio 2025, e che ha ricevuto anche una prima stesura di quelli relativi al 2024 il 9 febbraio scorso, secondo quanto comunicatoci dall’Istituto superiore di sanità (ISS), che fa parte, con l’ISTAT, del Sistema di sorveglianza sulla legge 194.

“Abbiamo mandato una nuova richiesta di accesso civico alle Regioni per avere i dati degli ultimi 3 anni (2023, 2024 e 2025). Non tutte le Regioni ci hanno ancora risposto ma i dati ricevuti finora dimostrano l’indolenza politica di questo ritardo. Mentre aspettiamo i dati del 2023, noi abbiamo anche alcuni del 2025”, commentano Chiara Lalli e Sonia Montegiove, giornaliste e consigliera generale dell’Associazione Luca Coscioni la prima, che dal 2021 chiedono i dati aperti e dettagliati sulla 194 (è la campagna Mai dati). “Abbiamo anche la conferma da parte dell’ISS dell’invio dei dati al Ministero. In particolare, per i dati del 2023 il 20 febbraio 2025 l’ISS ha trasmesso alla DG del Ministero della Salute e al Gabinetto del Ministero della Salute la prima stesura della relazione con i dati del 2023 e il 30 aprile 2025, dopo la revisione del Ministero della Salute, l’ha trasmessa alla DG Prevenzione e alla dr.ssa Sara Terenzi, referente per la sorveglianza IVG. Il 9 febbraio 2026, l’ISS ha trasmesso anche la prima stesura con i dati del 2024. Che cosa aspetta il Ministero a pubblicare la relazione dell’anno scorso?”.

Secondo l’ISS nel 2023 le IVG chirurgiche sono state 26.039 (circa il 40%) e quelle farmacologiche 38.871 (circa il 60%). Nel 2024, 22.717 le IVG chirurgiche (circa il 35%) e 41.624 IVG farmacologiche (circa il 64%).

Tra le informazioni più interessanti, c’è quello che potremmo definire il “caso Lombardia”: la Regione, infatti, corrisponde alle ASL e alle Aziende ospedaliere un rimborso per le procedure farmacologiche in Day hospital di 1.246 euro, mentre quello per le procedure chirurgiche, sempre in Day hospital, è di 952 euro.

Quanto ai numeri, nel 2023 sono state eseguite 5.507 IVG farmacologiche su 11.377 totali (e 5.870 chirurgiche), nel 2024 6.264 farmacologiche su 11.420 totali (5.156 chirurgiche)e nel 2025 (fino al 30/09): 6.740 farmacologiche su 11.288 totali.

“Questo dato conferma che molti degli ostacoli all’accesso alle IVG in generale e alla procedura farmacologica in particolare sono di natura ideologica e non hanno nulla a che vedere con i costi reali, né con l’efficacia e la sicurezza delle procedure” commentano Mirella Parachini e Anna Pompili, ginecologhe, vicepresidente la prima e consigliera generale dell’Associazione Luca Coscioni la seconda. “È evidente, infatti, che la procedura chirurgica, che prevede l’utilizzo di una camera operatoria e di un maggior numero di operatori specializzati, costa di più. Gli amministratori regionali dovrebbero spiegare, alle loro concittadine prima che a noi tutti, le ragioni di questo che si configura come un ingiustificato spreco di risorse. E gli amministratori di tutte le Regioni inadempienti dovrebbero spiegare perché sprecano risorse pubbliche per negare alle donne il diritto a scegliere di abortire con la procedura farmacologica a casa propria”.

È proprio questo il senso della campagna Aborto senza ricovero: garantire la scelta e l’appropriatezza delle prestazioni sanitarie.

Ci sono, per fortuna, anche esempi in positivo: il Lazio, dove è possibile l’aborto in consultorio dal 2021, l’Emilia-Romagna, le province autonome di Trento e Bolzano, dove le donne possono scegliere. Una possibilità che, sulla carta, esiste anche per le donne della Campania e dell’Umbria e che dovrebbe essere garantita in tutte le Regioni.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.