Alla fine del mese passato al centro di fecondazione del San Filippo Neri un malfunzionamento al crioconservatore causa lo scongelamento di 94 embrioni e di altro materiale biologico. Nella struttura ospedaliera arrivano gli ispettori, ma di chi è la principale responsabilità dell’accaduto? Perché per tre giorni l’allarme è stato ignorato?
L’ESPOSTO – Il Codacons, all’inizio di aprile, ha depositato un esposto in cui si ipotizzano alcuni reati, tra i quali quello di omicidio colposo: le responsabilità sarebbero a carico della Regione, della Asl competente, del San Filippo e del service. Altri si sono spinti verso interpretazioni molto fantasiose dell’accaduto: Eugenia Roccella ha parlato di aborto procurato. Molti hanno colto l’occasione per esprimere il proprio parere sullo statuto degli embrioni pur non sapendo nulla di embrioni. Michela Marzano dalle pagine di Repubblica ha commentato in modo confuso e impreciso sullo statuto ontologico dell’embrione (“ancora oggi, nessuno è capace di dire con certezza di “cosa” o di “chi” si tratti”, scrive Marzano).
L’ASSOCIAZIONE COSCIONI – Ieri è stata la volta dell’Associazione Luca Coscioni: è stato presentato un esposto presso la Procura della Repubblica in cui si chiede di indagare soprattutto in relazione a due aspetti. Come chiarisce Filomena Gallo, segretario dell’Associazione, “da una parte chiediamo che si valuti l’integrazione della fattispecie di omissione di atti d’ufficio ex art. 328 c.p. da parte della Regione Lazio, nella persona del suo Presidente Renata Polverini, la quale, nonostante le interrogazioni regionali non ha mai risposto né preso provvedimenti a riguardo. In secondo luogo chiediamo che si indaghi sulla configurabilità del reato di soppressione di embrioni previsto dall’art. 14 della legge 40/2004 in forma omissiva. La struttura ospedaliera, invero, assumendo una posizione di garanzia, avrebbe dovuto impedire l’evento dannoso attraverso un controllo idoneo che evidentemente non è stato posto in essere”.
COSA DICE LA LEGGE – La legge 40 stabilisce infatti che vi siano controlli per i centri e un registro nazionale dei centri di fecondazione (Articolo 10, Strutture autorizzate: 1. Gli interventi di procreazione medicalmente assistita sono realizzati nelle strutture pubbliche e private autorizzate dalle regioni e iscritte al registro di cui all’articolo 11). I controlli sono una responsabilità della Regione, che deve accertare che ogni centro risponda a determinati requisiti di qualità. Per ogni centro deve esserci un responsabile. La Regione Lazio non ha mai disposto una ispezione per controllare che tutto fosse a posto e che la struttura avesse i requisiti per lavorare. Al San Filippo, inoltre, nonostante vi fossero segnali di malfunzionamento dei crioconservatori – che significa, ovviamente, un rischio per il materiale congelato – nessuno è intervenuto nonostante sia responsabilità della struttura (esclusi gli eventuali appalti a terzi).
LA REGIONE SAPEVA – Renata Polverini era a conoscenza del problema perché l’anno passato era stata depositata una interrogazione sui mancati controlli e sul rischio che questa disattenzione comportava. Ma l’interrogazione, presentata dai consiglieri regionali Giuseppe Rossodivita e Rocco Berardo, è rimasta senza risposta. Per ora l’unica certezza continua a essere il danno a carico delle coppie che si erano rivolte al San Filippo e che avevano portato a compimento una prima parte del lungo e difficile percorso di riproduzione artificiale. Persone che si sono fidate di un centro, che hanno magari pensato che quel centro fosse abilitato e controllato come la legge prevede, e che invece sono state ingannate perché non sono stati effettuati alcun controllo e alcuna verifica di adeguamento a determinati standard.
IL DANNO – Se e come sarà valutato questo danno – e se e come sarà rimediabile, almeno in parte – lo si capirà nei prossimi mesi. Come sottolinea Filomena Gallo, se la legge 40 fosse stata applicata forse questo incidente sarebbe stato evitato. Rischia di sembrare particolarmente bizzarro che una legge tanto rigida e restrittiva per quanto riguarda l’autorizzazione all’accesso – permesso solo a coppie conviventi o sposate con problemi di sterilità – e per molti altri aspetti, sia poi tanto distrattamente applicata per quanto riguarda i requisiti di sicurezza, gli stessi previsti per la conservazione di qualsiasi materiale genetico.