Almeno 32 coppie italiane nel 2011 hanno richiesto la maternità surrogata in centri esteri di fecondazione assistita. La pratica dell’’utero in affitto’, il ricorso cioè a un’altra donna che si sottopone ai trattamenti e porta avanti la gravidanza per la coppia, è vietata nel nostro Paese. Il dato emerge dalla quarta indagine dell’Osservatorio sul turismo procreativo, presentata questa mattina a Roma. Il flusso di italiani alla ricerca di un utero in affitto è stato più volte stimato in un centinaio, ma non c’erano dati precisi. La ricerca ha contato le richieste contattando i principali centri che forniscono questo servizio: 33 strutture/agenzie in 7 Paesi (Stati Uniti, Ucraina, Armenia, Georgia, Grecia, Russia e India).
Sulla base delle risposte, nel 2011 sono state almeno 32 le coppie italiane che hanno richiesto la maternità surrogata. Nel dettaglio, 18 si sono rivolte alla Russia, 9 all’Ucraina, 5 a Georgia-Armenia. “Purtroppo è un fenomeno in continua crescita – commenta Andrea Borini, presidente dell’Osservatorio sul turismo procreativo – e in qualche clinica si è registrato un aumento del 100% di coppie e single provenienti dall’Italia”. Tanto che i centri si sono attrezzati. Nel corso dell’indagine sono state trovate pagine e sezioni dedicate agli italiani nei siti Internet di strutture in Ucraina, Russia, Grecia e Stati Uniti.
In alcuni casi, soprattutto in Ucraina, al telefono si può parlare con personale che conosce l’italiano. La possibile esposizione a condanne in patria per gli italiani che hanno fatto ricorso a questa pratica, induce molte cliniche e agenzie a non rivelare i dati sul numero dei nostri connazionali che hanno fatto richiesta. Si limitano a rispondere affermativamente, in maniera generica, “abbiamo pazienti italiani”. Oppure, come ha affermato una clinica statunitense: “Non possiamo dichiarare il numero esatto, ma abbiamo notato un aumento del 100% di coppie e single provenienti dall’Italia”.
4MILA COPPIE VANNO ALL’ESTERO PER AVERE UN BAMBINO CON PROCREAZIONE ASSISTITA – Non si ferma il turismo della provetta. Nel 2011 circa 4.000 coppie italiane hanno varcato i confini per coronare il desiderio di avere un bambino sottoponendosi a trattamenti di procreazione assistita. Più di 2.000 sono andate all’estero per la fecondazione eterologa, che prevede il ricorso a un donatore esterno alla coppia ed è vietata nel nostro Paese. Ma altrettante hanno fatto la valigia per ottenere trattamenti che possono essere eseguiti anche in Italia. A fotografare il fenomeno è la quarta indagine dell’Osservatorio sul turismo procreativo, presentata questa mattina a Roma.
In attesa della pronuncia della Corte Costituzionale sul divieto di fecondazione eterologa fissato dalla legge 40, prevista per fine maggio, gli aspiranti genitori vanno all’estero soprattutto per questo trattamento. Le mete più gettonate si confermano la Spagna, dove circa 950 pazienti italiani si sono rivolti a otto centri per la donazione di gameti, maschili e femminili, e di embrioni; la Svizzera (630) e Repubblica Ceca (204). Ma in questi Paesi i nostri connazionali vanno anche per sottoporsi a trattamenti omologhi, permessi dalla legge 40 e che, dunque, potrebbero ricevere anche in Italia.
Perché partire allora? L’indagine ha risposto a questa domanda analizzando i forum dedicati all’argomento dai principali siti delle associazioni di pazienti. Ebbene, a spingere le coppie a fare le valigie è innanzitutto la confusione sulla legge 40: “non capisco cosa è permesso e cosa no in Italia, quindi vado all’estero”, si potrebbe sintetizzare.
Le ripetute e diverse sentenze, ultima quella della Corte Costituzionale del marzo 2009, non hanno prodotto un flusso di informazioni tali – emerge dall’indagine dell’Osservatorio sul turismo procreativo – da garantire ai pazienti la possibilità di scegliere in modo informato. Confusione e ignoranza sono molto diffuse. E così anche chi potrebbe scegliere di restare a casa, pensa di essere obbligato ad andare all’estero per una diagnosi genetica pre-impianto o per congelare tutti gli embrioni prodotti.
Non solo. Secondo l’indagine, le coppie italiane si rivolgono a strutture per la Pma in altri Paesi per mancanza di fiducia verso i centri italiani, per una maggiore disponibilità di quelli stranieri, per la loro visibilità e fama e la facilità di trovare informazioni su internet. Ma anche per avare una chance in più di gravidanza, se in Italia il trattamento non ha dato i risultati sperati, e per risparmiare. Seppure il costo non sia il fattore più importante nella decisione di partire, i conti si fanno: l’apertura di centri e cliniche nell’est europeo, dove i prezzi sono in media inferiori a quelli degli altri Paesi europei, ha allargato così il bacino di utenti italiani all’estero. Anche se in questi anni sono caduti diversi paletti della legge 40, il turismo procreativo cominciato nel 2004, non accenna dunque ad arrestarsi.
E proprio il passaparola fra pazienti gioca un ruolo importante quando si tratta di decidere a quale centro rivolgersi. “E’ vero che oltrefrontiera esistono alcuni centri di eccellenza – commenta Andrea Borini, presidente dell’Osservatorio sul turismo procreativo – ma molte coppie ritengono di poter scegliere quello più adeguato alle loro esigenze basandosi semplicemente sulle informazioni riportate da altri. Il passaparola è un fattore importante in medicina, in particolare nel campo della procreazione assistita: in questo caso, però, è fondamentale che i pazienti sappiano orientarsi fra tutte le informazioni che possono ricevere. A volte a ingrossare le fila di recensioni positive c’è anche parecchia pubblicità”.