Fecondazione, il diritto non può attendere

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Unità
Filomena Gallo

Quando una coppia comunica di aspettare un bambino, che reazione vi aspettereste? No, non pensiate che la mia domanda sia retorica perché non tutti sono pronti a gioire per loro. Incredibile? No, se pensiamo a quanto sta accadendo in questo ultimo periodo sulla questione della fecondazione eterologa. Proprio ieri abbiamo dato notizia dei primi test positivi per una gravidanza, frutto di una donazione di gameti.

LEGGI LA RASSEGNA STAMPA DEL 22 LUGLIO SULLE PRIME ETEROLOGHE IN ITALIA

La storia è quella di una donna che avendo fatto uso di farmaci chemioterapici è divenuta sterile. Nonostante questo, decide di avere un bambino. Purtroppo ha bisogno di gameti femminili ma la legge 40 le vieta la fecondazione assistita perché prevede il divieto di fecondazione eterologa. La coppia allora si rivolge ad un centro spagnolo: a loro carico i costi psicologi ed economici. Poi ad aprile di quest’anno la bella notizia: la Consulta cancella il divieto con sentenza n.162; in Italia, dopo dieci anni, torna la fecondazione eterologa. E allora decidono di provare qui, nel loro Paese, che per anni li ha discriminati. E pochi giorni fa dal centro romano di fecondazione assistita la notizia che aspettavano: gravidanza in atto. Una gioia immensa la loro che hanno voluto condividere con l’Associazione Coscioni e le associazioni di pazienti che per anni hanno lottato accanto a loro. Ma non tutti accolgono la notizia con positività. Soprattutto coloro  a cui piace incasellarsi nella sterile definizione di pro-life. Eugenia Roccella parla di rischi senza norme di sicurezza. Un tentativo, tra tanti, di ritardare l’applicazione di una tecnica che semplicemente porta a nuove nascite. Come quello di chi pretende la certezza dell’identità biologica dei nati da eterologa, equiparare l’embrione ai figli adottati. Ma i rapporti familiari si basano su questo? Secondo i giudici della Consulta  i rapporti familiari non si basano sull’ identità biologica, quindi una fecondazione con gameti terzi alla coppia – come prevede appunto la tecnica eterologa – non è anticostituzionale e non crea vuoto normativo. Inoltre  la stessa legge 40 prevede che i bambini nati dalla donazione di uno o due gameti sono figli legittimi della coppia.  Ma basterebbe citare l’art. 1 del Codice Civile che prevede che”La capacità giuridica si acquisisce dal momento della nascita. I diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all’evento della nascita”. 

Inoltre, in base alle norme italiane, i dati dei donatori sono conservati con l’anonimato per 30 anni in appositi registri e di fatto c’è la possibilità di risalire ai propri dati genetici, tutto allo scopo di garanzia sanitaria ma non per una identità biologica che non è alla base di rapporti familiari, come sentenzia la Corte Costituzionale.

C’è chi, poi,  per porre ulteriori ostacoli, in piena violazione della privacy, ipotizza una banca dei donatori di gameti centralizzata e un registro nazionale dei nati da eterologa. Avreste voglia che su un registro ci fosse scritto che tuo figlio è nato grazie ad un dono di gamete? O che siete figli concepiti in provetta? Avreste voglia che il vostro nome e cognome fossero nella lista dei donatori? Il pretesto innocente a cui si appellano per giustificare questa richiesta nasce dal voler conoscere il numero delle donazioni per singolo donatore. 

Ma la strada non è questa perché la Corte Costituzionale ha già dato indicazioni alla Ministra Lorenzin affinché nelle linee guida preveda un numero limite di donazioni per gravidanza sul modello Francese o britannico.

Si è veramente consapevoli di ciò che questo comporterebbe?  Una sola parola: discriminazione. 

Se il Parlamento, in materia di fecondazione assistita, non ha il coraggio di cancellare gli ultimi divieti che per 10 anni hanno determinato cittadini di serie A e di serie B nel nostro Paese, ma anzi si prepara a legiferare per deliberare nuovi deterrenti, sta per pronunciarsi su un’altra sorta di discriminazione, cioè sulla questione del doppio cognome da dare ai figli. 

La discussione sulla proposta di legge, a prima firma Marzano, è stata rimandata. Ma già il fronte politico è spaccato tra chi vuole che i genitori possano scegliere liberamente se dare al proprio figlio il cognome del padre, della madre o di entrambi e chi come Ignazio La Russa parla di ‘velleità moderniste’ che distruggono ‘il vincolo della famiglia che il nome aiuta a mantenere’.

Era il 2006 e la Corte Costituzionale  ammise  che l’attribuzione ai figli del cognome del padre è retaggio di una tramontata potestà patriarcale ma non è possibile dichiarare illegittima una legge che solo il Parlamento può cambiare.  La Corte europea dei Diritti dell’Uomo lo scorso gennaio 2014  ha condannato l’Italia per aver violato i diritti di una coppia di coniugi avendogli negato la possibilità di attribuire alla figlia il cognome della madre invece di quello del padre. 

Nella sentenza,  i giudici fanno presente al nostro Paese il dovere di “adottare riforme legislative o di altra natura” per rimediare alla violazione riscontrata. 

Sono trascorsi otto anni dalla decisione della Corte Costituzionale, pochi mesi dalla condanna della Corte EDU e il Parlamento fa slittare il voto sulla proposta arrivata  in aula,  una norma che avvicina l’Italia alle legislazioni degli altri Paesi europei e ci mette in regola con le convenzioni internazionali, come quella adottata a New York il 18 dicembre 1979, ratificata ai sensi della legge 14 marzo 1985, n.  132, con cui l’Italia si è impegnata ad eliminare ogni discriminazione nei confronti della donna in famiglia, compresa quella relativa alla scelta del cognome. 

E’ il momento di scegliere da parte stare: dalla parte di un Governo e di un Parlamento che legiferano contro le volontà dei cittadini, o dalla parte di chi, come l’Associazione Luca Coscioni, si batte per abbattere tutte le discriminazioni? 

 

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.