
La legge 40/2004 sulla fecondazione assistita ritorna alla Corte costituzionale. Per la prima sezione civile del tribunale di Milano, che con un’ordinanza del 29 marzo scorso ha trasmesso gli atti alla Consulta, il divieto di fecondazione eterologa (quella basata sull’utilizzo dei gameti di donatori esterni) viola sia la Costituzione sia la Convenzione europea dei diritti umani. Perché «non garantisce alle coppie cui viene diagnosticato un quadro clinico di sterilità o infertilità irreversibile il diritto fondamentale alla piena realizzazione della vita privata familiare e il diritto di autodeterminazione in ordine alla medesima».
L’ordinanza è rilevante perché è il primo rinvio alla Corte costituzionale dopo l’invito rivolto a giugno dalla Consulta ai tribunali di Firenze, Catania e, appunto, Milano, a rivalutare la questione della legittimità dell’eterologa «alla luce della nuova esegesi fornita dalla Corte di Strasburgo». Il riferimento era alla sentenza della Grande Camera della Corte europea dei diritti umani del 3 novembre 2011, che – riformando la precedente sentenza della Corte, emessa nel 2010 – aveva ritenuto compatibile con la Convenzione il parziale divieto austriaco alla fecondazione eterologa.
La vicenda giudiziaria. Il collegio (presidente Roberto Bichi, estensore Loretta Derigo) è tornato a pronunciarsi sul caso di due coniugi sterili che nel 2010 avevano chiesto al giudice di prima istanza di ordinare in via d’urgenza a una dottoressa di eseguire la fecondazione eterologa (nella fattispecie la donazione di gamete maschile). Davanti al “no” del giudice la coppia – assistita da Massimo Clara, Marilisa D’Amico, Ileana Alesso, Maria Paola Costantini e Sebastiano Papandrea – si era rivolta al collegio che a sua volta aveva sollevato la questione davanti alla Corte costituzionale, basando il ricorso sulla prima sentenza dei giudici di Strasburgo che aveva ritenuto illegittimo il divieto austriaco.
La lettura della sentenza della Grande Camera di Strasburgo. Di fronte alla richiesta della Consulta di riesaminare il tema alla luce della sentenza della Grande Camera, la sezione è giunta alla stessa conclusione: il divieto all’eterologa contenuto nella legge 40 non è legittimo. Il tribunale di Milano, in particolare, segnala come i giudici di Strasburgo abbiano scritto che «sono stati molti i progressi della scienza medica ai quali gli Stati contraenti hanno dato la risposta nella loro legislazione» e che «tali cambiamenti potrebbero pertanto avere delle ripercussioni sulla valutazione dei fatti operata dalla Corte». «Pare dunque a questo collegio – si legge nell’ordinanza – che per la prima volta e in assenza di precedenti giurisprudenziali della medesima Corte europea vi sia un significativo richiamo per il legislatore nazionale a conoscere e utilizzare il progresso della scienza medica e il consenso della società».
Il “via libera” al veto austriaco – è la lettura del tribunale – è un giudizio espresso «ora per allora». Come a dire che «al momento dell’entrata in vigore delle norme contestate – 1999 – le stesse non violavano i principi enunciati dalla Convenzione». La Corte ha però omesso di verificare se successivamente lo Stato «avesse poi rispettato il dovere di evoluzione» armonizzando la legislazione «con il progredire delle scienze mediche e il mutamento della sensibilità sociale dei cittadini».
Le conclusioni del tribunale. La tesi finale del tribunale di Milano è chiara: anche alla luce del “novus” rappresentato dalla sentenza della Grande Camera, «permane la configurabilità del contrasto» tra la norma della legge 40 che vieta l’eterologa e gli articoli 2, 29 e 31 della Costituzione. Perché si nega alle coppie sterili o infertili «il diritto alla piena realizzazione della vita privata familiare».
I giudici vanno oltre e replicano implicitamente anche ai tanti detrattori dell’eterologa: «L’insopprimibile diritto del figlio ad avere un nome e una famiglia e a costruirsi una compiuta relazione attraverso il godimento delle indispensabili cure parentali risulta adeguatamente tutelato anche in caso di fecondazione eterologa, rispondendo a tal fine l’assunzione di ogni inerente obbligo da parte dei genitori biologici e non genetici». Mentre il divieto di eterologa compromette «il diritto di identità e di autodeterminazione della coppia in ordine alla propria genitorialità» e discrimina trattando in modo opposto coppie con limiti di procreazione.
Le reazioni. «L’ordinanza – commenta Maria Paola Costantini, una dei legali che assistono la coppia – dimostra che la questione non è affatto chiusa e che anzi si è di nuovo sbloccata. Presumibilmente l’udienza della Consulta sarà fissata fra giugno e settembre». Le fa eco la costituzionalista Marilisa D’Amico, anche lei nel “pool” e anche lei fiduciosa: «Forse entro la fine dell’anno, le coppie in Italia potrebbero avere accesso alla fecondazione eterologa e potrebbe finire il turismo procreativo. Da troppi anni c’è una sorta di rimpallo tra la Corte costituzionale e i giudici».
L’Associazione Luca Coscioni si appella alle nuove Camere. «Ora il Parlamento risponda al volontà di coppie e tribunali: siano cancellati subito gli ultimi divieti», auspicano gli avvocati Filomena Gallo e Gianni Baldini.
Ma c’è chi protesta. Come Eugenia Roccella, “madre” della legge 40, che evoca lobby e sfruttamento: «Ricordiamo che la fecondazione eterologa vuol dire commercio di gameti umani, in particolare di ovociti, con la conseguenza di un pesante sfruttamento delle donne, giovani e povere, sottoposte a trattamenti rischiosi per la loro salute e, a volte, per la loro stessa vita». «Sarebbe bene – conclude – che la magistratura fosse attenta a salvaguardare la propria indipendenza non soltanto dalla politica ma anche dalle lobby affaristiche».
Il ginecologo Claudio Giorlandino, presidente della Fondazione Artemisia e segretario della Società italiana di diagnosi prenatale, chiarisce i problemi sul tappeto: «La fecondazione assistita eterologa è un diritto che va dato alle coppie e in Italia ormai tutta la procreazione medicalmente assistita è divenuta all’avanguardia. Abbiamo i migliori centri con i migliori risultati. Ma qui da noi nessuna donna, neanche a pagamento, metterebbe a repentaglio la propria vita riproduttiva per donare ovociti ad altre donne. Non siamo in Spagna dove una donna per 500 euro si farebbe togliere anche un ovaio». Diversa la situazione per i gameti maschili: «Qui il problema non si pone quasi mai, viste le possibilità di prelevare anche pochissimi spermatozoi intrappolati nel testicolo».
Insomma, si chiede Giorlandino, se la legge cambiasse cambierebbero realmente le cose o le donne continuerebbero ad andare all’estero per necessità? «In Italia, vessata da anni di legge 40, le stimolazioni sono assolutamente equilibrate e non ci si trova mai, come in passato, ad avere esuberi di ovociti in donne sottoposte alla Pma», spiega. «Oggi le stimolazioni sono moderate e congrue e si congelano un numero moderato di ovociti o embrioni».

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.