
«Ho aiutato a morire un centinaio di malati. Non la chiamo anestesia letale ma dolce morte, è una questione di pietà». Faranno discutere le parole del medico anestesista sassarese Giuseppe Maria Saba, 87 anni, già ordinario di Anestesiologia e rianimazione all’Università di Cagliari prima e poi alla Sapienza di Roma, in un‘intervista esclusiva al quotidiano L’Unione Sarda. Una nuova testimonianza, nell’ambito del dibattito sull’eutanasia, e la volontà di parlare, «perché non ne posso più – ha spiegato Saba – del silenzio su cose che sappiamo tutti. Parlo dei rianimatori. La dolce morte è una pratica consolidata negli ospedali italiani, ma per ragioni di conformismo e di riservatezza non se ne parla». Saba si dichiara laico e dice di non credere ai miracoli. E – aggiunge – non è la prima volta che parla di dolce morte: «Nel 1982 in un’altra intervista ho raccontato di aver dato una mano ad andarsene a mio padre e, più tardi, anche a mia sorella», e di esser, per se stesso, «per l’auto-eutanasia. Ho un accordo preciso con mia moglie».
Il dibattito sul fine vita è stato riacceso dopo le dichiarazioni di Mario Sabatelli, neurologo del Policlinico Gemelli, sulla libertà del malato di poter interrompere trattamenti sanitari invasivi. Ma il tema non è all’ordine del giorno dei lavori parlamentari, nonostante l’invito rivolto a marzo al Parlamento dal presidente della Repubblica e le 70mila firme di cittadini che chiedono una legge che ne regolamenti gli aspetti principali. La proposta di legge di iniziativa popolare depositata dall’Associazione Luca Coscioni il 13 settembre si è arenata alla Camera: si propone di normare il testamento biologico, ovvero la possibilità di lasciare disposizioni per indicare quali trattamenti sanitari applicare in caso di coma irreversibile del paziente, e l’eutanasia, ovvero l’intervento medico volto ad abbreviare l’agonia di un malato terminale, ad oggi assimilata all’omicidio volontario. «È un grande tabù per gli italiani mentre molti altri Paesi europei sono avanti – commenta Mina Welby, co-presidente dell’associazione Coscioni, che ha inviato una lettera a Renzi sul tema -. L’Italia è sorda e chiediamo al premier di spingere affinché il Parlamento calendarizzi la proposta ferma da 300 giorni». Sono oltre 120 i comuni che hanno adottato autonomamente il testamento biologico e altri si stanno attrezzando per farlo. Sul tema esistono anche altri tre disegni di legge in questa legislatura, di cui però non è mai iniziato l’esame in Commissione: due al Senato, ovvero quelle di Di Francesco Palermo (Aut-Psi-Maie) e di Luigi Manconi (Pd) e uno alla Camera, quello di Titti Di Salvo (Sel). A questi si aggiunge il testo cui sta lavorando il Movimento 5 stelle. «Non è all’ordine del giorno tra le priorità, ma stiamo già lavorando a una proposta di legge. I tempi non saranno brevi, perché deve passare il vaglio della rete», spiega Andrea Cecconi, presidente del gruppo Movimento 5 Stelle in Commissione Affari Sociali della Camera.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.