Demetrio Neri: La bioetica democratica

Demetrio Neri
In previsione della riforma della legge sull’embriologia in vigore dal 1990, il governo inglese ha diffuso un lungo questionario (più di settanta domande) su varie tematiche attinenti la fecondazione artificiale e gli interventi sull’embrione umano, invitando i cittadini inglesi ad esprimere la propria opinione. Come era prevedibile, l’iniziativa ha suscitato un misto di consensi e riserve, le quali ultime si sono concentrate soprattutto sul contenuto di alcune domande: si va dalla selezione embrionale per scegliere il sesso del nascituro, anche per ragioni non mediche (su cui solo due anni fa 80% degli inglesi si era detta contraria), alla possibilità di ricavare ovuli e spermatozoi da cellule staminali, una tecnica ancora nella fase di prima sperimentazione sui topi, ma che in futuro potrebbe consentire di evitare il ricorso ai donatori nei processi di fecondazione artificiale.

Si può ovviamente discutere sul contenuto di queste e altre domande e chiedersi se il livello di informazione scientifica disponibile al cittadino comune sia sufficiente per rispondere in maniera consapevole: sono state sollevate perplessità in proposito e anch’io – nell’immediatezza della notizia e forse per effetto dell’esperienza della recente campagna referendaria sulla legge 40 – ne ho espresse alcune. Non credo però che vi siano ragioni per pensare (come ha suggerito Francesco D’Agostino su Avvenire del 20 agosto) che la diffusione del questionario abbia lo scopo di forzare la mano all’opinione pubblica per prepararla o indurla ad accettare certe pratiche; forse è, più semplicemente, solo un modo per avere un idea di come la pensa la gente su certe tematiche prima dell’inizio del processo legislativo. Sarà pure un’iniziativa parziale, criticabile sotto vari aspetti, ma non c’è dubbio che va nella direzione di quel coinvolgimento dell’opinione pubblica nella discussione e nella formazione delle decisioni nelle questioni bioetiche che tutti i documenti internazionali invitano gli Stati a promuovere. Mi riferisco, ad esempio, alla Convenzione di Oviedo, che la Gran Bretagna non ha neppure firmato, mentre l’Italia l’ha anche ratificata, sebbene non abbia ancora depositato (chissà perché) lo strumento di ratifica a Strasburgo. Mi riferisco anche al Piano d’azione su Scienza e società, lanciato qualche anno fa dalla commissione e dal Parlamento europeo, che propone e finanzia una serie concertata di azioni per elevare il livello di accessibilità, correttezza e affidabilità dell’informazione pubblica sulla scienza come condizione indispensabile per coinvolgere i cittadini europei nella formazione delle politiche europee verso la ricerca scientifica. La Gran Bretagna ha preso sul serio tutto questo e non solo a parole, anche con progetti specifici e finanziati (libro bianco). Non ho nessun modo per appurare quali frutti abbiano dato questi progetti e sono sicuro che si potranno e, anzi, si dovranno certamente migliorare i metodi di disseminazione dell’informazione e, più a lungo termine, sì dovrà puntare (come anche il citato Piano d’azione prospetta) a migliorare la formazione di base alla quale l’informazione deve necessariamente collegarsi per essere fruttuosa. L unica cosa che non dovremmo fare è di limitarci a criticare le iniziative degli altri paesi senza assumerne di nostre. Per la verità, qualche anno fa il Comitato nazionale per la Bioetica (allora presieduto da Giovanni Berlinguer) aveva intrapreso questa strada, stipulando col Ministero della Pubblica Istruzione una Convenzione in base alla quale era stata creata una Commissione paritetica col compito di studiare le forme e i modi più idonei per introdurre le tematiche bioetiche nella formazione scolastica. A seguito delle critiche violente, e talora sconfinanti nel pettegolezzo, di alcune organizzazioni cattoliche, l’iniziativa si è esaurita e non è stata più ripresa. Forse a qualcuno fa comodo che l’opinione pubblica non sia preparata a discutere le tematiche bioetiche, cosicché si possa poi sempre dire che si tratta di tematiche troppo complesse per discuterne con la gente. E un circolo vizioso che prima o poi bisognerà decidere di rompere: dopo tutto, le questioni bioetiche sono questioni che riguardano tutti noi, cittadini e cittadine di questo paese e dell’Europa, e non possiamo rassegnarci al fatto che a decidere siano solo gli «esperti». Vorrei, infine, esprimere un auspicio. Io mi auguro che il parlamento inglese non ceda alla tentazione di abbandonare il modello finora seguito per affrontare queste tematiche, quello dell’Authority creata appunto nel 1990 e che ha consentito di governare questo settore della ricerca scientifica e le sue ricadute pratiche con saggezza, flessibilità e – soprattutto – grande attenzione al merito dei singoli casi: un modello ben diverso, ovviamente, dalle leggi minuziose e piene di «paletti» cui siamo abituati in Italia e in altri stati del continente europeo. Tra l’altro, è un modello, quello inglese, che è stato indicato dall’European Group on Ethies in Scienee and new Teehnologies (un organo consultivo della Commissione europea) come esempio di controllo pubblico su settori delicati e controversi della ricerca scientifica.

*Professore di bioetica Università di Messina