Impiegare gli antropologi culturali, quelli che di norma studiano le differenze culturali tra gruppi di umani, per individuare precocemente i casi di Alzheimer. Succede in Umbria. Come, ce lo spiega Giovanni Pizza. antropologo medico all’Università di Perugia, che con la neurologa Lucilla Parnetti, dello stesso ateneo, e Marcello Catanelli, della Direzione regionale di sanità e servizi sociali dell’Umbria, partecipa al progetto Sfida alle disabilità. «Scoprire il morbo di Alzheimer ai primi segni consente di iniziare terapie che ritardano di anni l’arrivo dei sintomi più devastanti, migliorando la vita di pazienti e famiglie, e alleggerendo il peso sul sistema sanitario. Oggi la diagnosi precoce spetta ai medici di base, che, proponendo un questionario a tutti gli ultrasessantenni, dovrebbero evidenziare cali di memoria superiori a quelli del normale. e inviare chi ne soffre dai neurologi, per esami più approfonditi. Ma questa strategia porta a problemi opposti, sia di carenza che di eccesso di segnalazioni, a secondo di come si usa il test». E qui entrano in campo gli antropologi e il loro metodo di «osservazione partecipata»: «Il nostro primo lavoro è stato osserva re il rapporto fra pazienti e medici: abbiamo così individuato un atteggiamento di scarsa fiducia dei medici di base verso il test e una sottovalutazione dell’importanza del racconto del vissuto del paziente, da parte dei neurologi». E per quanto riguarda i pazienti stessi?«Crediamo» dice Pizza «che affidare la prima diagnosi di una malattia come l’Alzheimer a un questionario sia riduttivo e fuorviante, a causa di domande come "Qual è il nome dei suoi genitori?" che, suscitando ricordi ed emozioni, alterano al momento le stesse capacità cognitive. Inoltre il disagio dell’anziano può essere indotto da problemi sociali, economici, famigliari. Perciò crediamo che, per fare una valutazione corretta, si debba seguire la persona nel quotidiano. L’idea che dovrebbe coronare questo progetto è la creazione di laboratori permanenti, che integrino competenze differenti, e facciano emergere la dimensione sociale della malattia. Nei laboratori gli anziani dovrebbero raccontarsi, ricevere attenzione e condividere la cura». In sostanza, fare quello che succederebbe in una tribù.
Contro l’alzheimer serve la solidarietà della “tribù”
il Venerdì di Repubblica