Parlarne, discuterne, confrontarsi si deve, è necessario; ma evitiamo, per favore, speculazioni, demagogia. Non facciamo, quello che d’abitudine tentano i sedicenti difensori della vita ad ogni costo, sempre e comunque, anche a prezzo di sofferenze infinite, inutili e senza scopo. Negatori di quella “pietas” da intendere nel suo significato più autentico: il rispetto del prossimo, e tutela di quella dignità di cui ha diritto ciascuno di noi.
Al contrario, con pervicacia e dolo, si alzano polveroni, e si strumentalizzano vicende dolorose che dovrebbero essere trattate non con farisaica sicumera. C’è un caso, lacerante come sono stati in Italia quello di Eluana Englaro; e negli Stati Uniti quello di Terry Schiavo; e come sono sempre casi del genere. E’ il caso di Vincent Lambert, un ex infermiere francese dal 2008 è in stato vegetativo, in seguito a un grave incidente di moto.
Il 5 giugno scorso la Corte di Strasburgo ha confermato la legittimità di un pronunciamento del Consiglio di Stato francese, e autorizzato lo stop delle cure. I danni irreversibili al cervello sono accertati. Lambert respira, anche senza ausilio, ma più di questo non fa. Così almeno assicurano i medici: è in una “terra di mezzo”, non è “tecnicamente” morto; non è neppure vivo. È un vegetale.
La famiglia è divisa: la moglie di Vincent e alcuni fratelli si battono perché Vincent possa, per usare l’invocazione (esaudita) di Giovanni Paolo II, “tornare alla casa del padre”; i genitori di Vincent e un altro fratello si oppongono, aggrappati come sono a una flebile speranza. Ora poi è spuntato un video, girato lo stesso giorno in cui la sentenza della Corte Europea emetteva la sua sentenza. Il video sembra mostrare un’apparente reazione di Vincent a una telefonata della madre: la donna parla, e Vincent sembra ascoltarla, a tratti sbatte gli occhi.
Eric Kariger, già responsabile della divisione cure palliative dell’ospedale di Reims, forte della sua scienza scuote la testa: «Questi pazienti in stato vegetativo reagiscono all’ambiente ma è una risposta vegetativa. Il video è un attacco alla sua dignità e al suo diritto alla privacy. E manipolativo, gioca con le emozioni delle persone».
Lasciamo per un momento questa vicenda. Recupero una storia di anni fa, quella di Beniamino Andreatta che il 15 dicembre 1999 precipita in un abisso da cui non riemergerà più. Tre anni dopo (Andreatta muore nel 2007) la moglie Giana, da donna di fede a cui non ci si può che inchinare, confida a Michele Smargiassi di Repubblica: «Non ho mai smesso di vivere con lui. Di trascorrere con lui qualche ora ogni giorno, parlandogli, leggendogli articoli di giornale, carezzandolo: come sempre. Io non mi sento vedova, non sono vedova. Ringrazio di poter ancora vedere mio marito, di potergli parlare, di poterlo toccare. A me mancano tanto le parole, le risposte di Nino. Ma ogni momento della sua vita, anche questo, è prezioso. Sia per me che per lui».
Ecco: di fronte a un amore come questo, a questa voglia di credere possibile l’impossibile, cosa si può opporre, obiettare; e che diritto si ha di opporre, obiettare qualcosa? Davvero una situazione delicatissima quella dei medici: devono trovare il giusto equilibrio tra il dovere di non illudere, e quello di non distruggere la speranza. Non credo esistano insegnamenti specifici, comportamenti buoni per ogni situazione; inevitabilmente ci si deve affidare alla sensibilità personale.
Se da una parte non c’è una risposta univoca, dall’altra non possono esserci divieti assoluti, per programma e principio, dogmi validi per tutti e per ciascun caso. Soprattutto per questioni laceranti come quelle della dignità della vita e del morire, del come e quando, occorrono facoltà, non divieti; ognuno dovrebbe essere lasciato libero di decidere.
Occorre dunque promuovere consapevolezza, conoscenza, assicurare adeguato dibattito. Si dovrebbero evitare, per esempio, speculazioni come ne abbiamo viste nei giorni del caso Englaro: quelle sfilate dinanzi al sagrato del Duomo di Milano con bottigliette d’acqua minerale, sono state quanto di più avvilente e barbaro ci poteva essere. Senza se e senza ma; e ripugna che tutto questo lo si sia fatto in nome della vita. Ripugna che un presidente del Consiglio sia giunto a dire che Eluana era in condizione di procreare.
Chi vuole davvero difendere la vita, operi, come esortava Rita Levi Montalcini per “aggiungere vita ai giorni, più che giorni alla vita”. Tommaso Moro (Thomas More), scrive nella sua “Utopia” che «…nella migliore forma di repubblica i malati incurabili sono assistiti nel miglior modo possibile. Ma se il male non solo è inguaribile, ma dà al paziente continue sofferenze allora sacerdoti e magistrati, visto che il malato è inetto a qualsiasi compito, molesto agli altri, gravoso a se stesso, sopravvive insomma alla propria morte, lo esortano a morire liberandosi lui stesso da quella vita amara, ovvero consenta di sua volontà a farsene strappare dagli altri…sarebbe un atto religioso e santo…».
È quel Moro venerato dalla chiesa cattolica come santo, dal 2000, per volontà di Giovanni Paolo II, è patrono dei governanti e dei politici cattolici. A proposito di governanti e politici: in Parlamento giacciono molti testi di legge sul fine vita, e sull’indicibile, il “si fa, ma non si deve dire”, l’eutanasia. Cosa aspetta il Parlamento a discuterli? Cosa aspettano i programmi di approfondimento, i giornali, a mettere a confronto, che so, Marco Pannella e Carlo Giovanardi, Filomena Gallo ed Eugenia Roccella, Luigi Manconi e Maurizio Sacconi?
Abbiamo il diritto di conoscere le loro proposte, le loro posizioni, hanno il diritto di farcele conoscere. Cosa temono i guardiani della morale autorizzata? Che, come per il divorzio, l’aborto, il popolo che siamo sappia prendere la giusta decisione, con scienza, coscienza, carità e compassione?
Non si chiede molto: una seria indagine per conoscere il fenomeno dell’eutanasia di fatto negli ospedali italiani; e magari un’indagine sui suicidi in due città come Trieste e Genova; e che casi come quello di Vincent non siano clandestinizzati, ma se ne parli, se ne discuta, ci si confronti.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.