BIOETICA, L`ASSOLUTISMO NON PAGA La legge 40 in corto circuito. Il problema non sono i giudici ma il conflitto tra le norme e l`esperienza “reale”

Carmelo Palma

  La legge sulla fecondazione assistita è da  subito apparsa una legge fuori misura.  Eccezionale, anche per quanti la consideravano  necessaria e "buona" – e dunque straordinaria  – e non solo per quelli che ne contestavano  il principio e i fini e la giudicavano pericolosamente  abnorme. Per quell’inerzia che  trascina in genere la politica italiana, portandola  a rispondere a questioni gravi con leggi che  ne riflettono ma non ne risolvono la gravità, sulla  pietra dello scandalo del rischio eugenetico il  Parlamento italiano ha edificato una costruzione  normativa che si sta lentamente sgretolando,  non resistendo a quella che i suoi difensori si  ostinano a considerare un`aggressione giudiziaria,  ma che è l’esito inevitabile del cortocircuito  logico, pratico e giuridico che la legge 40  ha innescato sul piano del diritto positivo.  

Nessuna legge è un’isola. Tantomeno può  sperare di esserlo una legge che ha scelto la strada  estrema della rottura, anziché del compromesso,  sudi una materia che anima da decenni  le passioni civili e i sentimenti morali del Paese.  Il problema della coerenza della legge 40 continua  ad essere considerato da molti un espediente  per trasgredirne le prescrizioni, ma è un  problema reale che il legislatore, nel 2004, decise  invece di eludere, scegliendo di stabilire il  principio "assoluto" dell’intangibilità dell`embrione,  ben sapendo che "assoluto" non era né  avrebbe potuto diventare, fino a che non fosse  stato trasportato di peso, e a prezzo politicamente  assai più alto, nella legge 194 che regola  l’interruzione di gravidanza. Per quella sorta di  logica inversa che la legge 40 ha inaugurato, in  caso di procreazione medicalmente assistita la  tutela giuridica della vita nascente è "decrescente"  anziché "crescente": massima nelle prime  fasi di sviluppo cellulare dell`embrione, assai  inferiore in quelle successive, fino a quando  non sussiste la possibilità di vita autonoma del  feto. Si poteva razionalmente prevedere che una  simile disciplina sarebbe uscita indenne dalle   battaglie giudiziarie che medici e pazienti  avrebbero intrapreso?  La legge 40, peraltro, oltre a non reggere alla  prova del diritto, perdendo via via i pezzi sotto i  colpi delle sentenze della magistratura amministrativa,  costituzionale e civile, e di una parziale  revisione delle Linee Guida operata dal ministro  Turco, non ha retto neppure alla prova  dei fatti, che ha evidenziato come la gran parte  dei limiti e divieti, che essa originariamente fissava,  fossero manifestamente incompatibili con  le regole minime della pratica clinica e deontologica.

 Molti dei paletti che la legge 40 aveva  piantato nell’ordinamento sono stati già spazzati  via. Alla fecondazione assistita hanno accesso  non solo le coppie sterili, ma anche quelle  affette da malattie sessualmente trasmissibili (e  quindi da una sorta di "infertilità di fatto"). La  diagnosi dell’embrione da impiantare non è più  esclusivamente "osservazionale", ma anche  strumentale. Il limite dei tre embrioni da fecondare  non c`è più, alla pari dell`obbligo di impiantarli  contemporaneamente in utero, e l’obbligo  di impianto è comunque subordinato ad  una valutazione non puramente "embrionecentrica",  che pondera i diritti dell`embrione  con quelli, sostanzialmente prevalenti, della  madre. Della legge 40 originaria e dei suoi totem  simbolici rimaneva in piedi ben poco anche  prima dell’ordinanza del giudice di Salerno, che,  con una decisione "costituzionalmente orientata",  ha consentito l’accesso alla fecondazione assistita  ad una coppia fertile, ma portatrice di  una terribile malattia genetica, l’Atrofia Muscolare  Spinale di tipo 1 (Smal), da cui la famiglia  dei ricorrenti era già stata crudelmente colpita.  «Ho avuto 5 gravidanze, un figlio solo e 4  lutti» ha detto la donna, che ha per questo perso  una bambina a sette mesi e poi dovuto subire  tre aborti terapeutici. La decisione del giudice  salernitano (che fa peraltro seguito ad  un`analoga decisione del giudice di Bologna ma  è ovviamente priva, a differenza delle sentenze  della Consulta, di effetti generali) fa esplodere  una delle ultime e maggiori incongruenze della   legge 40, che i suoi difensori evidenziano ulteriormente quando, proclamando l`illegittimità  del giudizio, ne eludono le implicazioni e il contenuto.  

Il giudice Scarpa, e prima di lui la Corte  Costituzionale, e prima ancora il Tar del Lazio  non hanno conteso ai parlamentari il monopolio  della sovranità politica, ma hanno affrontato  e risolto – in modo forse discutibile, ma non  indebito – le contraddizioni di una legge che assolutizza  la difesa della vita e relativizza in modo  disinvolto il problema della coerenza giuridica  delle norme che dovrebbero assolvere a  questo "imperativo morale". C`è una sottile e  imbarazzata ipocrisia nel "lapidare" il giudice e  nell’assolvere la madre, nel denunciare il carattere  eugenetico e quindi impietoso della diagnosi  pre-impianto, e nel sorvolare benignamente  sull`alternativa che, come dimostra  drammaticamente l`esperienza, è generalmente  costituita da un aborto terapeutico in una fase  avanzata di gestazione.  D’altra parte, tutto questo rimanda al "peccato  originale" della legge 40 e di molta della recente  elaborazione bio-politica: qualcosa che ha  molto a che fare con il "peccato originale" propriamente  detto. "Un cristiano che pensa di poter  conoscere e fondare razionalmente principi  etici assoluti non è forse caduto nella tentazione  del serpente «eritis sicut dei cognoscentes bonum  et malum»?", scriveva cinque anni fa Dario  Antiseri, in dialogo con Giuliano Ferrara,  che invece sfidava "la libertà di fare, di fabbricare  e predestinare l`esistenza umana biologica",  dichiarando necessario che "il dubbio etico  relativista si scuota e opponga la ricerca di un  fondamento assoluto, di un limite assoluto, di  un mistero assoluto, all`assoluto innaturale che  ci insegue, anzi ci bracca e ci ha già agguantati".   

Il caso di Salerno ha messo  in luce i limiti di una norma  che ha scelto la strada  estrema della rottura,  anziché del compromesso,  su di una materia cruciale   In larga parte, siamo ancora li, a seguire i percorsi  che "la tentazione del serpente" traccia e a  inseguire gli orizzonti che indica, trascinati che  si parli dell`inizio come della fine della vita  – dalle ambizioni di un legislatore bio-politico  disperatamente persuaso di dovere corrispondere  la grandezza del pericolo con un ancora più  smisurato "disegno di salvezza". Questo legislatore  non è trattenuto neppure dalla consapevolezza  che la realtà morale di quelle esperienze  "prime" e "ultime" – di cui pretende di  fondare la verità naturale – rimane ancorata  alla dimensione personale della libertà umana  e sfugge, nel suo contenuto profondo, alla razionalità  normativa astratta e impersonale della  legislazione. Eppure si mostra chiaro a  chiunque – anche ai politici che discettano  "sull’invasione di campo" dei giudici – l’abisso  incolmabile che separa l`esperienza morale dei  genitori dalla pretesa moralistica di una legge  che pretende di dettare loro il senso del bene e  del male. La conseguenza sinistra di questa  dialettica tra bene e male, che la legge istituisce  sul piano civile, è che la discussione pubblica,  anziché vertere sulle pretese e sui limiti  della legislazione bio-politica, finisce per investire  e giudicare di fronte ad una sorta di "tribunale  del popolo" la scelta che due genitori  assumono di fronte al rischio concreto e incombente  di una gravidanza che contiene in  sé, in modo indissolubile, tanto il senso del dare  la vita, quanto quello del portare la morte.