Aborti in calo. Ma è emergenza fra le straniere

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Gazzetta di Parma
Monica tiezzi

Le interruzioni volontarie di gravidanza a Parma, così come in tutta l’Emilia Romagna, sono in calo, ma aumenta il numero di straniere che ricorrono all’aborto e non accenna a calare il fenomeno degli aborti ripetuti. Lo dice l’ultimo rapporto dell’assessorato regionale alla Sanità sull’interruzione volontaria della gravidanza (ivg). A Parma nel 2011 (questo l’anno preso in esame) si sono sottoposte all’interruzione volontaria di gravidanza (al Maggiore, negli ospedali di Vaio e Borgotaro e alla clinica Città di Parma) 1.192 donne, sul totale delle 10.214 in tutta l’Emilia Romagna,115,2% in meno rispetto al 2010. E’ un dato che conferma – dopo la forte diminuzione di ivg nei primi 15 anni successivi all’applicazione della legge 194 del 1978 – la stabilizzazione dei numeri e la lieve tendenza al calo degli ultimi sette anni, nonostante la crescita della popolazione femminile in età feconda in Regione, grazie soprattutto alle immigrate. Chi decide di rinunciare a un figlio? Le donne fra i 20 e i 34 anni (il 61,5% di tutte coloro che hanno fatto ricorso all’igv a Parma), seguite dalle over 35 (31,7%). II 3,4% ha fra i 18 e i 19 anni, il 3,5% è sotto i 18 anni. La metà è sposata, il 62% ha già uno o più figli. E’ il dato della nazionalità uno dei più significativi del rapporto, diretto effetto del boom delle donne fertili immigrate, passate in Emilia Romagna dalle 71 mila del 2003 alle 175 mila del 2011. Le straniere che si sono sottoposte all’ivg nel 2011 sono state a Parma il 50,1% (dopo Piacenza, il dato più alto in Regione) contro il 49,9% delle italiane. Se è pur vero che si tratta di un calo rispetto all’anno precedente (la responsabile dello Spazio salute donna dell’Ausl, Rita Vessichelli, la definisce «una positiva inversione di tendenza»), il «tasso di abortività» della popolazione straniera rispetto all’italiana si attesta, a livello regionale, al 22,7% contro il 16,1%. Dato ancora più preoccupante quello degli aborti ripetuti, che non diminuiscono (la percentuale regionale era del 24% nel 1995, è del 30% oggi): il 39,2 % delle straniere che ha rinunciato a un figlio nel 2011 aveva già alle spalle una o più interruzioni di gravidanza, dato che per le italiane si ferma al 21,7%. «Numeri che confermano la fragilità sociale di alcune fasce di immigrate. Si sta cercando di lavorare su questo, coinvolgendo i mediatori culturali che non si limitano alla traduzione, ma cercano di trovare un sintesi fra le culture di origine e la nostra», spiega Rita Vessichelli. Particolarmente importante, aggiunge Paola Salvini, fino a poche settimane fa direttrice dello Spazio salute donna e dello Spazio giovani dell’Ausl, è la visita di controllo a 15 giorni dall’intervento, occasione per verificare la terapia anticoncezionale intrapresa, «una strategia che si è rivelata vincente», dice Salvini. «Occorre agire quando l’impatto emotivo dell’aborto non è più così forte, ma c’è uno stato d’animo di maggiore sensibilità e ricettività alla contraccezione. La donna va confermata e rassicurata sugli eventuali effetti collaterali» spiega la Vessichelli. Lasciando anche aperta la porta, aggiunge la Salvini, «a una consulenza psicologica, cercando di leggere domande e bisogni non sempre espressi». Per verificare eventuali criticità del «percorso ivg» partirà nei prossimi giorni a livello regionale una ricerca: «Consegneremo questionari che ci permetteranno di valutare la qualità percepita del servizio e mettere in atto i miglioramenti, anche nell’ottica di ridurre le ivg ripetute», spiega Rita Vessichelli. Com’è la risposta della sanità pubblica alle donne che fanno la scelta dolorosa di rinunciare a una gravidanza? Celere: entro 14 giorni dalla richiesta, nell’84% dei casi all’Ausl di Parma (dove, secondo il rapporto, nel 2011 c’erano sei ginecologi obiettori di coscienza sul totale dei 14 dipendenti aziendali, e cinque anestesiti obiettori su 22) e nel 64% all’Ospedale Maggiore (8 ginecologi obiettori su 17,15 anestesisti obiettori su 35). Dati in linea con quelli regionale, dove la percentuale di obiettori fra i medici sfiora il 52% e fra gli anestesisti il 33%. «Ma i numeri sono cambiati, e oggi i ginecologi obiettori sono 10 su 15 dipendenti – fa notare Bruno Ferrari, dirigente medico dell’Ostetricia e ginecologia del Maggiore, e uno dei cinque non obiettori’ – Questo non ci impedisce di dare risposta alle richieste, ma ci mette a volte a disagio perchè ci costringe a tralasciare il lavoro più gratificante della sala operatoria. Che è poi, fatta salva la buona fede di molti e le motivazioni etiche, anche una delle ragioni per cui alcuni colleghi decidono di non effettuare le ivg, privilegiando la carriera». 

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.