Donare o, meglio, vendere i propri ovuli alle cliniche della fertilità è una prassi comune negli Usa. Cederli, al prezzo di 10 mila dollari l’uno, agli istituti di ricerca come materia prima per la donazione terapeutica finora non era possibile nemmeno negli Stati Uniti. Ma anche questo sta per cambiare.
Offrire i propri ovociti a scopi riproduttivi permette di guadagnare dai 7 mila a un massimo di 25 mila` dollari per donazione, a seconda del numero di ovuli prodotti e della qualità della donatrice. Questa per legge non viene compensata per il commercio dei suoi gameti quanto rimborsata per il tempo perso e per il disagio subito durante le tre quattro settimane di procedura (senza contare il tempo necessario a riprendersi dall’intervento). La donazione negli Usa è legale dagli anni`80 e l’associazione di categoria delle cliniche della fertilità statunitensi, la American Society for Reproductive Medicine, calcola che ogni anno nel Paese più di 10 mila bambini nascano grazie all’uso di ovuli non appartenenti alla madre "legale". Due fattori stanno espandendo ulteriormente quello che è ormai diventato un business da 3 miliardi di dollari l’anno: la crisi economica e la possibilità di donare ovuli alla ricerca scientifica. La recessione, stando sempre alle osservazioni delle cliniche della fertilità, data l’assenza di un’agenzia nazionale che monitori il commercio di ovociti, ha fatto impennare del 40 per cento il numero di donne che si sottopongono volontariamente alla massiccia dose di ormoni che stimolano la fertilità e alla raccolta degli ovuli stessi.
Una tale disponibilità di donatrici ha permesso alle famiglie che ricevono l’ovulo di essere più selettive. Le donatrici vengono reclutate tramite annunci affissi nelle metropolitane delle grandi città o pubblicati su siti di compravendita online come Craigs list e sui giornali universitari. La ricerca è rivolta a donne non solo giovani (dai 21 ai 30 anni) e sane, ma sempre più spesso anche "attraenti", e, come recita uri inserzione apparsa sul Daily Californian, il quotidiano studentesco di Berkeley, alte e con un elevato punteggio all’esame di ammissione al l’università. a se finora gli enti pubblici si erano tenuti fuori dal commercio di ovociti, alcuni Stati stanno pensando di approfittare del crescente numero di donne in difficoltà economiche. Il primo a muoversi è lo Stato di New York, che nei giorni scorsi ha autorizzato ospedali, università e altri centri di ricerca a retribuire le donatrici che offrano i propri ovociti allo scopo di creare, per donazione, nuove linee di cellule staminali embrionali sulle quali condurre esperimenti scientifici. In questo modo New York ha scavalcato le indicazioni del governo, federale che, nelle linee guida emesse (ma non ancora definitivamente adottate) dall’Istituto nazionale per la salute americano, proibisce l’uso di denaro pubblico per creare embrioni a scopo scientifico o terapeutico. La decisione è anche in contrasto con le indicazioni bioetiche delle US National Academies, che nel 2005 hanno scoraggiato la pratica del pagamento.
Ma la Empire State Stem Cell Board, la Commissione etica per la ricerca scientifica del Dipartimento alla salute di New York, ha già stanziato un fondo da 600 milioni di dollari per la ricerca sulle staminali nello Stato, e intende mettere a disposizione dei propri scienziati il numero più alto possibile di embrioni, indipendentemente dalla loro provenienza. La Commissione permetterà dunque ai ricercatori dello Stato di pagare fino a 10 mila dollari per ogni singolo ovulo, usando fondi statali. Annunciando la decisione, il Board ha precisato che tale pagamento viene visto come una somma equa per riconoscere «il considerevole fardello fisico associato al processo di donazione». «Non abbiamo trovato nessuna ragione etica per la quale una donazione a scopo riproduttivo dovrebbe essere pagata, mentre una a scopo scientifico no», ha spiegato David Hohn del Roswell Park Cancer Institute a Buffalo, New York, membro del Comitato etico. «Questa decisione potrebbe essere controproducente – ha commentato invece Jonathan Moreno dell’Università della Pennsylvania, a Philadelphia . Molti americani sono perplessi sulla ricerca sulla donazione».