PEBA, quarant’anni di obbligo disatteso: non è ritardo, è una scelta politica

OSSERVATORIO PEBA

Il 28 febbraio 1986 il Parlamento approvava la legge n. 41. Dentro c’era una cosa che a leggerla oggi sembra ovvia, quasi banale: l’obbligo per le amministrazioni pubbliche di adottare i Piani di Eliminazione delle Barriere Architettoniche, i PEBA. Quarant’anni dopo, il 24 febbraio 2026, l’indagine dell’Associazione Luca Coscioni sui 118 comuni capoluogo italiani fotografa la realtà con la freddezza di un referto medico: 43 amministrazioni in regola, 36,4 per cento del totale. Sedici hanno strumenti alternativi o delibere di giunta non approvate dal consiglio. Venticinque hanno il Piano in corso di realizzazione, formula che traduco senza giri di parole: ci stanno pensando, forse. Trentaquattro non hanno informazioni reperibili o non hanno predisposto niente.

Due capoluoghi su tre sono fuori dalla legge. Da trentanove anni.

Comincio da qui perché è da qui che bisogna cominciare, e perché la prima cosa che voglio dire è che la parola “ritardo” non la voglio più sentire. Stamattina l’ho letta su tre testate, ieri in un post LinkedIn di un assessore, la settimana scorsa in un comunicato istituzionale. È una parola sbagliata e fa danni. Il ritardo è quando arrivi in stazione e il treno è partito da cinque minuti: la volontà di prenderlo c’era, qualcosa è andato storto. Quarant’anni di legge non applicata da quaranta legislature comunali consecutive non sono un ritardo. Sono una decisione. Presa, ripresa, confermata, sindaco dopo sindaca, dopo sindaco, dopo sindaca. La decisione è questa: l’accessibilità si fa quando avanza tempo, quando avanzano soldi, quando avanza attenzione politica. Che è come dire: non si fa.

Chiamiamola con il suo nome: inadempienza politica strutturale. Non è un fatto tecnico, è un fatto di gerarchie. Le amministrazioni italiane sanno benissimo come si scrive un PEBA. Esistono linee guida regionali, manuali ministeriali, professionisti formati apposta, casi di città che il Piano lo hanno approvato anche di recente, come Lucca nel 2024 o Iglesias, Oristano e Tortolì nel 2025. Quando un comune vuole, lo fa. Punto. Il problema non è la complessità tecnica, il problema è che il PEBA non porta voti. Una pista ciclabile sì, una rotonda nuova sì, un parco riqualificato sì. Una mappatura sistematica delle barriere che impediscono a una fetta di cittadinanza di uscire di casa no, perché quella fetta di cittadinanza è considerata politicamente trascurabile.

E qui passo alla mappa, perché la mappa dell’indagine Coscioni va guardata bene. La Toscana ha sette capoluoghi in regola su undici. L’Emilia-Romagna cinque su dieci. La Lombardia cinque su dodici. Il Piemonte quattro su otto. La Sicilia, dove vivono circa cinque milioni di persone, zero. Zero capoluoghi in regola. Catania, Messina, Palermo, Agrigento e Caltanissetta dichiarano i Piani “in fase di realizzazione”, e sappiamo cosa vuol dire: vuol dire stiamo pensando di pensarci. Enna, Ragusa, Siracusa e Trapani non hanno fornito informazioni neanche dopo accesso agli atti. La Sardegna è ferma a tre su dodici. L’Abruzzo a due su quattro. Questo non è un Paese che ha “rallentato”, come si dice nei convegni quando bisogna salvare la faccia di tutti. Questo è un Paese che ha deciso che esistono cittadinanze di serie A e di serie B in base al codice postale.

Provo a dirvi cosa significa, materialmente, vivere in un capoluogo senza PEBA. Lo dico perché lo so. Significa che il Comune non ha mai messo per iscritto dove sono le barriere. Significa che non c’è un programma di interventi con priorità, tempi e costi. Significa che ogni singola persona con disabilità che chiede l’abbattimento di uno scalino, l’allargamento di una porta, un attraversamento pedonale messo a norma, deve farlo come istanza individuale. Caso per caso. E quasi sempre come favore. Senza PEBA, l’accessibilità non è un diritto pianificato, è un’elemosina amministrativa concessa di volta in volta a chi grida più forte, a chi conosce il funzionario giusto, a chi ha la forza fisica e mentale di non mollare. Io quella forza ce l’ho, e la uso. Ma una cittadinanza che si regge sulla resistenza individuale di chi è già stanco non è una cittadinanza, è un sistema di sopravvivenza.

C’è poi il dato silenzioso, quello dei trentaquattro capoluoghi che non hanno fornito informazioni. Una parte di loro non ha risposto neppure dopo accesso agli atti formale. Vuol dire che ad un’associazione legittimata ad agire per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità, in base al DPCM del 2 ottobre 2015, le amministrazioni hanno potuto materialmente non rispondere. Lasciatemelo dire senza filtri: questa è un’opacità politica che dovrebbe far rumore molto più di quanto ne abbia fatto. Non si tratta solo di barriere fisiche, si tratta di un’amministrazione che si nasconde da chi vuole controllarla. La prima barriera, in questi trentaquattro comuni, è la trasparenza negata. Tutto il resto viene dopo.

Bisogna anche dire da dove arriva la copertura ideologica di tutto questo. Per quarant’anni l’accessibilità è stata raccontata in Italia come questione di sensibilità, di buon cuore, di attenzione verso “i più fragili”. Il vocabolario ha pesato come un’incudine. Quando una cosa è “sensibilità”, l’inadempienza non esiste, perché la sensibilità non è obbligatoria. Quando invece chiamiamo le cose con il loro nome e diciamo che la legge 41/86 imponeva un obbligo entro un anno dall’entrata in vigore, allora i 75 capoluoghi fuori regola diventano esattamente quello che sono: amministrazioni che violano una legge dello Stato in modo continuativo da circa trentanove anni. Se la stessa percentuale di inadempienza si applicasse, mettiamo, agli obblighi di redazione dei bilanci comunali, ci sarebbe il commissariamento del Paese. Per i PEBA no, perché tanto sono “per i disabili”, e per i disabili si può sempre aspettare.

L’altra cortina fumogena è quella della complessità tecnica. Si dirà che il PEBA è difficile da fare, che servono competenze, che i piccoli capoluoghi non hanno gli uffici, che le risorse sono limitate. È un argomento che ho sentito milleseicento volte e che non regge alla prova dei fatti. Le città italiane producono regolarmente Piani Urbanistici Generali, Piani per la Mobilità Sostenibile, Piani per il Diritto allo Studio, Piani Sociali di Zona, Piani di Protezione Civile. Tutti documenti complessi. Tutti redatti con risorse limitate. Tutti approvati nei tempi previsti perché politicamente non si può non farlo. Il PEBA si può rimandare per quarant’anni senza che nessuno paghi un prezzo elettorale. Questa è la differenza. Non la complessità, la convenienza.

Cosa serve adesso, dopo questa indagine. Serve smettere di trattare i PEBA come un atto facoltativo da raccomandare nei panel dei convegni e cominciare a usare gli strumenti che l’ordinamento mette a disposizione. La legittimazione ad agire riconosciuta dal DPCM del 2 ottobre 2015 ad alcune associazioni, tra cui la Coscioni, non è una targa da mettere in bacheca, è uno strumento di tutela giudiziaria che consente di portare le amministrazioni inadempienti davanti a un giudice per condotta discriminatoria ai sensi della legge 67/2006. Va usato di più, va usato sistematicamente, va usato senza paura di rompere relazioni istituzionali. Servono criteri di esclusione automatica dai finanziamenti pubblici per i comuni senza PEBA, perché continuare a versare risorse per opere pubbliche a comuni che non hanno mappato le proprie barriere è finanziare a perdere il prossimo contenzioso. Serve un registro nazionale pubblico, aggiornato in tempo reale, con sanzioni progressive per chi non produce dati. Servono, soprattutto, sindache e sindaci che mettano la delibera PEBA nelle prime cento del mandato, non nelle ultime cento, perché finora l’hanno messa nelle ultime, quando ce l’hanno messa.

Una cosa sul metodo dell’indagine, perché conta. L’Associazione Luca Coscioni ha consultato in modo sistematico la sezione “Amministrazione trasparente” dei siti istituzionali, e quando le informazioni mancavano ha presentato accessi agli atti formali. Non si è messa a giudicare se i PEBA esistenti siano buoni, attuati, finanziati, monitorati nel tempo. Si è limitata a chiedere: il Piano c’è, sì o no? Il fatto che a questa domanda elementare la risposta sia “no” o “non sappiamo” per due capoluoghi su tre racconta già un pezzo enorme della verità. Quando arriverà la prossima indagine, quella sulla qualità di quei 43 PEBA approvati, sospetto che il quadro peggiorerà. Lo dico da persona che attraversa quotidianamente città in cui i Piani approvati sono scaffali pieni di tavole che nessun assessore ha mai trasformato in cantiere. La distanza fra la delibera e l’asfalto, in questo Paese, si misura in anni luce.

I quarant’anni della legge 41/86 si possono raccontare in due modi. Si può fare il convegno commemorativo, con i ringraziamenti a chi l’ha voluta, il ricordo del lavoro pionieristico degli anni Ottanta, il momento istituzionale ben confezionato che non scontenta nessuno. Oppure si può dire la verità: una legge applicata da un comune capoluogo su tre, dopo quaranta anni, non è una legge fragile. È una legge tradita. E il tradimento ha nomi, indirizzi, numeri di delibera mai approvate. Stanno scritti tutti nella mappa pubblicata dall’Associazione Luca Coscioni. Quella mappa adesso va letta per quello che è: non una fotografia del ritardo, ma un atto d’accusa. Con vittime, con responsabili, e con quarant’anni di prove.

Non chiediamo favori. Chiediamo che si applichino le leggi che ci siamo dati. È una pretesa moderata, addirittura conservatrice se vogliamo. Ed è esattamente per questo che fa così paura.

Valentina Tomirotti

Valentina Tomirotti è giornalista, esperta di comunicazione inclusiva e attivista sui temi dell’accessibilità e della rappresentazione della disabilità. È presidente dell’associazione Pepitosa in Carrozza ODV, con cui promuove progetti concreti per l’abbattimento delle barriere culturali e fisiche, tra cui “C’entro anch’io”, iniziativa dedicata all’accessibilità del centro storico di Mantova. Lavora come consulente e formatrice per aziende, istituzioni e realtà del terzo settore sui temi della diversity & inclusion, con un focus su linguaggio, corpo e narrazione. Collabora come giornalista freelance con vari magazine e quotidiani nazionali, e sviluppa contenuti editoriali e progetti di comunicazione che uniscono attivismo e racconto. È ideatrice di format, podcast e percorsi formativi che mettono al centro la disabilità come tema politico, sociale e culturale.