Interruzione terapie

In Italia è possibile sospendere le terapie anche se utili alla salvaguardia della vita. In questa pagina troverete una ricostruzione di questo diritto all’autodeterminazione passando in rassegna il Codice penale, il Codice civile e la sentenza della Corte di Cassazione n° 21748 del 16 ottobre 2007.

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Il 24 ottobre 2008 è stato approvato dal Comitato nazionale di bioetica il parere su “Rifiuto e rinuncia consapevole al trattamento sanitario nella relazione paziente-medico” il quale ha fissato il principio cardine secondo il quale un paziente cosciente, capace di intenedere e volere e informato sulle terapie, può chiedere che non siano iniziati o che siano sospesi i trattamenti sanitari, anche se questi possono salvargli la vita.

Il medico, recepita l’istanza del paziente, può astenersi «da comportamenti ritenuti contrari alle proprie concezioni etiche e professionali» ma «il paziente ha in ogni caso il diritto a ottenere altrimenti la realizzazione della propria richiesta all’interruzione delle cure».

Il medico deve evitare ogni forma di accanimento clinico (che, si legge nel testo, «si configura come illecita»), e deve garantire sempre le cure palliative.

Il diritto alla libertà di scelta del malato cosciente che si determina per il rifiuto o la sospensione delle terapie, sconta – nel nostro ordinamento – la totale assenza di una disciplina legislativa. Di contro esistono nel nostro ordinamento norme che praticamente rendono alquanto difficile l’esercizio del diritto alla libertà di scelta del malato.

Codice penale

Articolo 54: stabilisce che «non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona». Tecnicamente, questa norma potrebbe essere invocata dal medico al fine di giustificare la messa in atto di manovre di emergenza a dispetto della volontà contraria espressagli dal paziente in pericolo di vita (si pensi ai Testimoni di Geova sottoposti a trasfusioni di sangue, giustificate, malgrado il loro credo glielo impedisca, da situazioni di urgenza).

Articolo 579: punisce l’omicidio del consenziente.

Articolo 593: punisce l’omissione di soccorso. Reato nel quale può incorrere il medico che assiste, senza intervenire, alla morte di un paziente a cui, per esempio, è stato staccato il respiratore automatico, oppure il sondino nasogastrico per l’alimentazione artificiale.

Articolo 40: stabilisce che «non impedire un evento, che si ha l’obbligo di impedire, equivale a cagionarlo».

Codice civile

Articolo 5: stabilisce che «gli atti di disposizione del proprio corpo sono vietati quando cagionino una diminuzione permanente della integrità fisica, o quando siano altrimenti contrari alla legge, all’ordine pubblico o al buon costume». Quindi, secondo tale disposizione non solo non ci si può lasciar morire, ma non ci si può nemmeno menomare.

Basandoci dunque su tali disposizioni dovremmo concludere la negazione del diritto a rifiutare le cure mediche. Ma la tutela del Diritto in oggetto va rintracciata nella nostra Carta Costituzionale – fonte giuridica sovraordinata sia al codice penale che al codice civile – e precisamente nel secondo comma dell’art. 32, che recita «nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge», precisando che «la legge non può in alcun caso violare i limiti imposti dal rispetto per la dignità umana». Tale norma – letta unitamente all’art. 13 della Costituzione: «la libertà personale è inviolabile» – afferma il principio dell’autodeterminazione individuale.

Giurisprudenza

Secondo un arresto della Corte di Cassazione civile, sez. I, sentenza 16.10.2007 n° 21748, il Diritto di rifiutare le cure è fondato «sulla libera disponibilità del bene salute da parte del diretto interessato nel possesso delle sue capacità di intendere e di volere». Di talché, allorquando il rifiuto sia informato, autentico ed attuale «non c’è possibilità di disattenderlo in nome di un dovere di curarsi come principio di ordine pubblico», e non può essere disatteso neanche quando «da esso consegua il sacrificio del bene della vita».

Come tutti i diritti di libertà, il diritto del singolo alla salute, esclusi i trattamenti sanitari previsti dalla legge come obbligatori, «implica la tutela del suo risvolto negativo: il diritto di perdere la salute, di ammalarsi, di non curarsi, di vivere le fasi finali della propria esistenza secondo canoni di dignità umana propri dell’interessato, finanche di lasciarsi morire».

La Cassazione – nella sentenza in oggetto (16.10.2007 n° 21748) – aggiunge che «la soluzione, tratta dai principi costituzionali, relativa al rifiuto di cure ed al dovere del medico di astenersi da ogni attività diagnostica o terapeutica se manchi il consenso del paziente, anche se tale astensione possa provocare la morte, trova conferma nelle prescizioni del codice di deontologia medica: ai sensi del citato art. 35, “in presenza di documentato rifiuto di persona capace”, il medico deve “in ogni caso” “desistere dai conseguenti atti diagnostici e/o curativi, non essendo consentito alcun trattamento medico contro la volontà della persona”». Ed ancora «deve escludersi che il diritto alla autodeterminazione terapeutica del paziente incontri un limite allorché da esso consegua il sacrificio del bene della vita» perché «il rifiuto delle terapie medico-chirurgiche, anche quando conduce alla morte, non può essere scambiato per un’ipotesi di eutanasia». Quindi, «insorgendo il dovere giuridico del medico di rispettare la volontà del paziente contraria alle cure» non sussiste la sua responsabilità per omessa cura.

Più precisamente, fondandosi l’obbligo giuridico di praticare o continuare la terapia sul consenso del malato, questo vincolo cessa «quando il consenso viene meno in seguito al rifiuto delle terapie da parte di costui».

Nella prospettiva indicata dalla Corte «il consenso informato ha come correlato la facoltà non solo di scegliere tra le diverse possibilità di trattamento medico, ma anche eventualmente rifiutare la terapia e di decidere consapevolmente di interromperla, in tutte le fasi della vita, anche in quella terminale».

La citata sentenza della Corte di Cassazione -espressione di un orientamento ormai costante – indica principi già legislativamente sanciti in altri ordinamenti europei e adottata dalla Corte di Strasburgo e dalla Corte Suprema degli Stati Uniti.

Cos’è l’accanimento terapeutico?

L’accanimento terapeutico consiste nell’esecuzione di trattamenti sanitari che risultano inefficaci in relazione all’obiettivo, a cui si aggiunge una particolare sofferenza per il paziente, in cui l’eccezionalità dei mezzi adoperati risulta all’evidenza sproporzionata agli obiettivi della condizione specifica.

Per i casi nei quali la terapia si rivela inutile per la guarigione o utile solo a un prolungamento penoso della vita di alcuni mesi, si apre una discussione sull’opportunità di sospendere delle cure ormai solo dolorose e onerose per il malato.

La sospensione di cure inutili tuttavia deve essere accompagnata da una terapia del dolore, al fine di evitare un periodo di abbandono e sofferenza finale del paziente.

Il cosiddetto accanimento terapeutico, che può assumere le perigliose vesti dell’arroganza terapeutica, oltre a essere possibile ingrediente di condotte di reato, sotto il profilo civile consiste in una violazione pervicace della diligenza di cui all’art. 1176, II c., cod. civ. (vedi Cass. Civ. Sez. III, 9 febbraio 2010, n. 2847 – “Violazione del dovere d’informare e risarcimento del danno”).