Eutanasia, gli italiani scelgono di morire in Svizzera

linkiesta.it
Francesco Cancellato

La storia potrebbe cominciare davanti a un computer connesso a internet. È lì che un malato terminale può cercare – e trovare – centri esteri in cui è somministrata l’eutanasia.  Sono parecchi, in giro per il mondo, gli stati che, a vari livelli, offrono questa possibilità ai loro cittadini: Olanda, Belgio e Lussemburgo, ad esempio, ma anche gli stati americani di Washington, Vermont e Oregon. Quest’ultimo, peraltro, è quello in cui lo scorso 1 novembre ha scelto di morire Brittany Maynard, trentenne di San Francisco cui era stato diagnosticato un tumore incurabile al cervello. Ci sarebbero anche l’India e l’Ungheria, dove è permessa l’eutanasia passiva, ossia l’interruzione o l’omissione delle cure necessarie a tenere in vita un paziente affetto da una malattia che non gli lascerebbe scampo. La Svizzera, tuttavia, è l’unico paese in cui si pratica, dal 1942, il suicidio assistito. L’unico, soprattutto, in cui vi sono strutture che accettano anche stranieri provenienti da paesi in cui l’eutanasia non è legale.

«Funziona così – spiega a Linkiesta Emilio Coveri, presidente dell’associazione Exit Italia, che da anni si batte contro l’accanimento terapeutico e che, dal 2007, offre consulenza a quelli che un brutto neologismo giornalistico definisce “esuli del suicidio“ -: il paziente deve produrre cartelle cliniche che accertino il suo stato di malato terminale e mandarle all’associazione svizzera che ha scelto affinché dia seguito alla sua richiesta».

Attualmente, le realtà svizzere che un italiano può contattare sono tre: c’èDignitas, a Forch, poco distante da Zurigo e ce ne sono altre due a Berna e Basilea. Tra qualche giorno, il prossimo 7 novembre, spiega ancora Coveri, «firmeremo un accordo anche con la nostra consociata Exit-Svizzera Italiana, che metterà a disposizione dei nostri connazionali una struttura per la “dolce morte” anche a Lugano, a pochi chilometri dal confine».

Una volta che ha scelto la struttura, c’è una commissione medica che si riunisce e valuta la scelta. Se dà parere positivo, viene fissata una data in cui il malato terminale può recarsi in Svizzera per dar corso alla sua ultima volontà: «Spesso si pensa che in Svizzera possa andare a morire chi vuole, o che queste strutture svolgano il ruolo di veri e propri istigatori al suicidio – spiega Coveri -. Non è così, in realtà: quando la persona arriva, deve sottoporsi a una nuova visita, in cui il medico, per legge, deve provare a dissuadere la persona dal suo proposito». Secondo i dati della Dignitas, il 40% delle persone, dopo quel colloquio, desiste dal suo proposito e torna a casa.

Per chi decide per il sì, invece, ha inizio la procedura: «Per prima cosa, il medico offre al paziente due pastiglie di antiemetico, per evitare che vomiti – spiega Coveri -.Quindi, al paziente viene dato un bicchiere d’acqua (circa 1 dl) nel quale sono stati sciolti 15 grammi di pentobarbital di sodio, un noto narcotico che procura il sonno».  Il sito internet avverte che si tratta di una bevanda amara e che quindi «è meglio mangiare o bere subito dopo qualcosa di dolce». I soci che devono essere nutriti attraverso sonde gastriche, prenderanno loro stessi la medicina con la sonda. Chi invece non può mangiare né alimentarsi con la sonda, può assumere il prodotto con un’endovena, ma solo in questo caso, sarà il paziente a dover «compiere l’ultimo atto». Se ciò non fosse possibile, il personale che assiste non potrà farlo al posto suo. Al termine di queste procedure, il socio si addormenta ed entro due, tre minuti entra in un coma profondo. Dopo poco tempo ancora la medicina paralizza la respirazione e il paziente, assicura Coveri, «muore in uno stato di assoluta incoscienza».

Non finisce qui: tutta la procedura viene filmata, per facilitare il lavoro al medico legale e alla polizia, che vengono chiamate sul posto per redigere il certificato di morte e per chiudere il fascicolo. La salma è poi portata in obitorio e, quindi, cremata. Le ceneri sono consegnate ai famigliari, mentre il certificato di morte viene inviato al consolato o all’ambasciata e da lì, completa il suo viaggio sino al comune di residenza del defunto.

Ogni anno, in Svizzera, i malati che decidono di avvalersi del suicidio assistito sono circa cinquecento. Le persone che invece hanno scelto di percorrere questo viaggio di sola andata dall’Italia, negli ultimi tre anni, sono circa cinquanta, ma – aggiunge Coveri – «abbiamo saputo che negli ultimi due anni, altrettante sono le persone che ci sono andate senza avvalersi della nostra collaborazione, semplicemente trovando su internet tutte le informazioni necessarie». Facendo un rapido calcolo, di tutte le persone che ogni anno scelgono l’eutanasia in Svizzera, il 6% circa sono italiane, «e il trend è in forte aumento».

In effetti, per quanto controversa, la questione dell’eutanasia e, più in generale, della regolamentazione del fine vita è molto sentita in Italia. Nonostante sia un paese a larga maggioranza cattolica, secondo un sondaggio Eurispes del 2013, gli italiani favorevoli all’eutanasia sono il 64,4%, mentre secondo uno studio della National survey of medical choices in caring for terminally ill patients in Italia un dottore su due che lavora con pazienti terminali ha ricevuto almeno una richiesta di interruzione della terapia, e uno su quattro si è visto richiedere la somministrazione di farmaci letali.

L’inchiesta di Pagina99 che riporta questi dati, peraltro, contiene anche la testimonianza di un medico che afferma che l’eutanasia passiva sia molto più praticata, anche in Italia, di quanto si possa pensare: «Abbiamo chiesto  al Parlamento un’indagine conoscitiva su come si muore in Italia – racconta a Linkiesta Filomena Gallo, Segretaria Nazionale dell’Associazione Luca Coscioni – ma il Parlamento ha fatto finta di non sentire».

Le due Camere, peraltro, sono allo stesso modo sorde verso qualunque volontà di regolamentazione del fine vita, si tratti di eutanasia o di testamento biologico: «Abbiamo raccolto 67mila firme a sostegno di una legge di iniziativa popolare per l’eutanasia e il riconoscimento pieno del testamento biologico – ricorda ancora la Gallo –, ma è fermo in commissione Affari sociali da oltre un anno».  

In questa proposta di legge, l’eutanasia può essere richiesta da chi ha una malattia che procura sofferenza, con aspettativa di vita inferiore ai diciotto mesi, senza che chi la somministra corra il rischio di commettere reati come omicidio consenziente e istigazione al suicidio, che prevedono fino a 12 anni di reclusione. Il tutto, previa una dichiarazione anticipata di volontà che si può comunque disconoscere in qualunque momento: «Vogliamo che passi la nostra proposta di legge, non una legge a ogni costo, frutto di mille compromessi, che finisca per ledere i diritti della persona».

Filomena Gallo si riferisce alla Legge Calabrò sul testamento biologico, figlia della scorsa legislatura, «che invece di regolamentarlo, lo avrebbe di fatto impedito». Di parlamentari favorevoli ce ne sono parecchi, da Manconi e Cuperlo del Pd a Di Battista del Movimento Cinque Stelle, da Benedetto della Vedova di Scelta Civica, sino a Sandro Bondi di Forza Italia, solo per citare i più noti.

Chi sembra non sentirci proprio è il governo: «I temi eticamente sensibili sono fuori dall’agenda politica, sistematicamente ignorati da Renzi», che relativamente al testamento biologico aveva dichiarato, in occasione delle primarie 2012, che avrebbe difeso «la libertà di ciascuno di indicare sino a che punto si intende essere sottoposti a terapie nel caso si perda la coscienza e la capacità di esprimersi senza una ragionevole speranza di recupero». Allora, però, le larghe intese ancora non c’erano.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.