Qualche giorno fa lo Stato del Québec ha approvato la legge che rende legale l’eutanasia. La notizia nel nostro paese è stata del tutto ignorata. Credo che questo silenzio non sia giusto. Nel resto del mondo occidentale le leggi sul fine vita sono considerate interesse di tutti, perché sono espressione di un grado evoluto di civilizzazione. La libertà di decidere come concludere la propria esistenza è considerato uno dei diritti fondamentali della persona, alla stessa stregua del diritto di formare o non formare una famiglia, di procreare responsabilmente, di scegliere il proprio domicilio, di esercitare il voto e così via.
Legalizzare l’eutanasia, va ripetuto, significa autorizzare i medici ad eseguire la volontà di un malato di porre fine alla sua esistenza quando arriva ad essere una mera successione di ore di dolore e sofferenza, a causa di una malattia in fase terminale, senza alcuna speranza di guarigione. Il termine stesso fu coniato da Francis Bacon nel 1506 per invitare i medici ad occuparsi del malato terminale e solo con il nazismo la parola ha acquisito un significato negativo.
Infatti in Québec, così come in Belgio e in Olanda e nella maggior parte dei Paesi dove l’eutanasia è ammessa, la legge rientra nell’area delle cure di fine vita e riguarda solo i malati terminali che esprimono la loro volontà ripetutamente, con lucidità e in autonomia, senza condizionamenti da parte di familiari o altri. Le domande vengono passate al vaglio di un comitato medico scientifico che verifica che tutte le condizioni fisiche e psicologiche che portano alla scelta siano soddisfatte. Tutto l’iter, così come il principio stesso dell’eutanasia, è frutto di un dibattito etico acceso e spesso lacerante, che purtroppo in Italia viene, come abbiamo visto, se possibile ignorato.
Esiste una iniziativa di legge popolare sottoscritta da 500mila italiani che giace in qualche cassetto da anni dimenticata. Capisco che l’argomento sia imbarazzante per il Parlamento, non solo perché ora ha altre priorità di tipo economico e istituzionale, ma perché il nostro Paese è decisamente influenzato dal pensiero cattolico, che è ovviamente contrario al principio dell’autodeterminazione, in base al quale ognuno è responsabile della propria vita, ed è a favore della sacralità della vita, in quanto dono e proprietà di Dio.
Tuttavia si dimentica in questo modo che in Italia ci sono 15 milioni di non credenti e milioni di credenti di religioni diverse dal cattolicesimo che dovrebbero essere tutelati da una legge civile e non religiosa. Capisco anche che il dibattito sulla fine della vita e ancor più sul dolore e il processo del morire è molto impopolare e urta la sensibilità di molti. Eppure il silenzio non è una soluzione. Si consumano ogni giorno senza clamore vicende tragiche, dalle eutanasie clandestine alle interminabili sofferenze di malati che non possono dire basta, come fece papa Wojtyla quando chiese di essere lasciato andare alla casa del Padre.
Purtroppo non c’è un Amnesty International per queste storie di dolore e negazione di un diritto umano fondamentale, il diritto di non soffrire, e per i casi che emergono grazie alla disperata volontà dei protagonisti, – penso a Piergiorgio Welby e sua moglie Mina – non c’è un risposta di rispetto, ma solo violenza ideologica di pareri contrari, che si riversa e si accanisce sulla sfera privata. A Welby furono negati i funerali religiosi e trovo che questa sia stata una forma di autentica crudeltà. Dibattere di eutanasia è questione di civiltà, a cui un Paese avanzato e libero come il nostro non dovrebbe rinunciare.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.